Fondazione Marisa Bellisario

L’OPPRESSORE SILENZIOSO: IL BULLISMO CONTRO LE DONNE NELLA SOCIETÀ

di Mahdis Vakili*

Quando si parla di violenza contro le donne, il pensiero corre quasi sempre alla violenza fisica o alle forme più evidenti di abuso. Esiste però un’altra forma di violenza, silenziosa, invisibile e al tempo stesso profondamente distruttiva: il bullismo.

Quasi ogni donna e ogni uomo possono essere vittime di bullismo almeno una volta nel corso della propria vita. Tuttavia, le donne possono essere particolarmente vulnerabili ad alcune delle conseguenze psicologiche e sociali del bullismo, anche a causa delle pressioni sociali e degli stereotipi di genere. Talvolta un comportamento umiliante che agli occhi degli altri appare come un semplice “scherzo” può cambiare il corso della vita di una ragazza o di una donna, lasciando un segno profondo sulla sua autostima, sulle sue relazioni sociali e persino sul suo futuro professionale.

Il bullismo non si limita agli insulti o alla violenza fisica. L’aspetto fisico, il peso, la corporatura, i lineamenti del viso, i capelli, il modo di truccarsi, di vestirsi, di parlare, di camminare, l’accento, le opinioni o lo stile di vita possono tutti diventare motivo di derisione. In molti casi una donna ha la sensazione che ogni aspetto della propria persona sia costantemente sotto osservazione e che qualsiasi differenza possa trasformarsi in un pretesto per essere umiliata.

Questi comportamenti possono iniziare già nella scuola primaria e proseguire nella scuola secondaria, all’università, sul posto di lavoro e perfino sui social media. Il bullismo può essere esercitato da una singola persona oppure da un gruppo. Negli ambienti scolastici, soprattutto quando una classe si divide in gruppi, l’esclusione sociale e il bullismo di gruppo rappresentano spesso una delle manifestazioni più frequenti di questo fenomeno.

Le persone che mettono in atto comportamenti di bullismo non hanno sempre le stesse motivazioni. Alcune li considerano un semplice divertimento o uno scherzo; altre agiscono invece in modo consapevole con l’obiettivo di umiliare la vittima, indebolirne l’autostima o affermare un senso di superiorità sugli altri. In entrambi i casi, le conseguenze possono essere le stesse: senso di inadeguatezza, ansia, isolamento e perdita di fiducia in sé stesse.

Prendiamo un esempio reale. Una ragazza di tredici anni sente ripetere più volte da una compagna di classe che «non è abbastanza elegante» e che «si veste come una nonna». Non riesce a rispondere e non sa come difendersi. Dopo mesi di questi commenti, inizia gradualmente ad allontanarsi dai compagni per evitare di essere nuovamente derisa. Gli altri interpretano il suo comportamento come timidezza o introversione, mentre la realtà è ben diversa: sta semplicemente cercando di proteggersi da una forma di violenza che subisce ogni giorno.

Prima di cadere in depressione, questa ragazza trova il coraggio di chiedere aiuto alla madre. La risposta che riceve è: «Non farci caso, non risponderle». Sebbene questa reazione nasca dall’affetto e dalle migliori intenzioni, non è sufficiente. Affrontare il bullismo è una competenza che dovrebbe essere insegnata ai bambini, agli adolescenti, ai genitori e persino agli insegnanti. Ogni vittima dovrebbe sapere come difendersi, come segnalare ciò che sta vivendo e a chi chiedere aiuto.

Il bullismo non è un problema che riguarda soltanto i bambini e non termina con la fine della scuola. Molte donne continuano a subire umiliazioni, derisioni ed esclusione sociale anche all’università, sul luogo di lavoro e negli ambienti digitali. Questi comportamenti possono essere messi in atto sia dagli uomini sia da altre donne e possono influenzare profondamente l’immagine che una persona ha di sé, le relazioni affettive, le scelte di vita e la salute mentale.

Una società che tollera il bullismo quotidiano non ferisce soltanto le singole donne: indebolisce il talento, la partecipazione e il potenziale dell’intera comunità.

Forse è arrivato il momento di riconoscere il bullismo non come un semplice “scherzo” o come una “fase normale della crescita”, ma come una vera forma di violenza verbale e psicologica. Così come insegniamo ai nostri figli la matematica, le scienze e le lingue, dovremmo insegnare anche a riconoscere il bullismo, ad affrontarlo e a denunciarlo. Il silenzio non protegge la vittima. Protegge soltanto il bullismo e permette all’Oppressore Silenzioso di continuare ad agire.

*Odontoiatra, Ricercatrice e Attivista per i diritti delle donne

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