di Eugenia Roccella*
Il 25 novembre di quest’anno ha fatto segnare nel nostro Paese un passo storico. Una innovazione normativa di portata epocale, che ha indotto anche la rapporteur speciale dell’Onu sulla violenza contro le donne a definire l’Italia un modello per le altre Nazioni. L’introduzione e tipizzazione del reato autonomo di femminicidio è infatti non solo e non tanto uno strumento repressivo, ma una svolta che segna un profondo cambiamento culturale e consentirà di prevenire e affrontare la violenza con più efficacia e consapevolezza. Prevedere il reato di femminicidio non significa ovviamente che uccidere una donna sia moralmente più grave che uccidere un uomo. Significa, piuttosto, riconoscere la specificità di un fenomeno, e ciò che si riconosce, ciò che ha un nome e dei connotati, può essere combattuto meglio.
La nuova legge si inserisce nel quadro del grande lavoro che il nostro governo sta portando avanti contro la violenza sulle donne. Un lavoro che per la sua intensità potremmo definire “matto e disperatissimo”, ma che in realtà non è ovviamente matto bensì orientato da lucida consapevolezza, e non è disperato perché la diminuzione dei femminicidi che abbiamo registrato quest’anno, pur non essendo in nessun modo un punto di arrivo, è un incoraggiante punto di partenza che ci dice che stiamo procedendo lungo la strada giusta.
Qual è questa strada? Quella dell’innovazione normativa, attraverso una nuova legge per il potenziamento delle misure di prevenzione e, come detto, la tipizzazione del femminicidio. Quella del sostegno alla rete di accoglienza e protezione, che ha visto in questa legislatura raddoppiare da 40 a 80 milioni di euro annui le risorse per centri anti-violenza e case rifugio. Quella dell’aiuto economico alle vittime e del loro reinserimento lavorativo, con il potenziamento del reddito di libertà reso strutturale, l’investimento di fondi per la formazione professionale, gli incentivi per le assunzioni, l’accesso agevolato all’assegno di inclusione, il progetto del Microcredito di libertà. E ancora, è la strada della formazione degli operatori che a vario titolo entrano a contatto con la violenza, alla quale sono state dedicate nuove norme e la redazione del Libro bianco ad opera del comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio contro la violenza insediato presso il mio ministero. Infine, è la strada della sensibilizzazione, che stiamo mettendo in atto a cominciare dalle giovani generazioni.
Vorrei aggiungere però due considerazioni. La prima è che la lotta alla violenza non si esaurisce con gli interventi specifici e mirati, ma trae linfa anche dall’impegno per l’occupazione femminile, per la conciliazione, per le pari opportunità, in una parola per l’empowerment delle donne, perché l’autonomia e la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni – come ben sa l’amica Lella Golfo che a questi obiettivi ha dedicato l’impegno della sua vita – sono allo stesso tempo un antidoto per prevenire e uno strumento per contrastare la violenza. La seconda considerazione è che questa battaglia non si vince da soli. È una battaglia che richiede un cambiamento culturale diffuso, che siamo tutti impegnati a favorire e in funzione del quale tutte le misure che abbiamo messo in campo sono strumenti importanti. Ed è una battaglia che richiede un’alleanza trasversale, sia rispetto agli schieramenti politici – obiettivo che abbiamo perseguito fin dall’inizio – sia rispetto ai ruoli e agli ambiti del proprio impegno. In questo senso l’attività di realtà come la Fondazione Marisa Bellisario è davvero preziosa, perché stimola la riflessione, crea occasioni di confronto, alimenta quella sorellanza che è alla base delle tante lotte vinte dalle donne nel corso della storia e che dovremmo tutte cercare di non smarrire, mai.
*Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità
