di Ornella Del Guasto*
L’imbarazzante sequenza di incontri mirabolanti con la partecipazione dei grandi dell’Occidente a Parigi, Aja, Washington, Anchorage…come previsto, e forse organizzata ad arte, si è impantanata definitivamente nella disillusione di tregue che non fermano i bombardamenti e di amicizie internazionali che si compongono e scompongono in base all’interesse del momento costringendo a prendere atto di quanto sarà difficile una seria e durevole ipotesi di pace nei due centri mondiali di crisi in Occidente e in Medio Oriente.
Per riuscire ad analizzare l’irrefrenabile e caotica corsa degli avvenimenti bisogna partire dall’inizio quando Trump appena insediato ha impostato la spregiudicata strategia di appoggiarsi, anche temporaneamente, per convenienza a questo o a quell’altro leader pur di sbarrare la strada alla Cina che punta a scalzare gli USA dalla leadership del mondo. Nel suo disegno ha trovato molto utile l’aiuto sia pure infido della Russia storica alleata di Pechino, espresso di recente dall’altalenante benevolenza di Trump verso Putin che rivela il suo interesse non solo ad accedere alle risorse minerarie ucraine e russe ma soprattutto a quello di cercare di allentare la stretta e pericolosa alleanza tra Mosca e Pechino. Occasione in apparenza colta al volo da Mosca dal momento che la recente arrendevolezza americana, le sta consentendo di recuperare il suo di protagonismo sulla scena mondiale, affrancandosi dall’ostracismo a cui l’Occidente l’aveva confinata dal 2022. Così oggi, giocando su due tavoli, Mosca può anche permettersi di scegliersi momentaneamente il “miglior offerente” dal momento che oltre la Cina anche India, Turchia, Paesi arabi… e quasi tutto il Grande Sud in questi anni comunque non l’hanno mai abbandonata né hanno partecipato alle sanzioni.
Al momento quindi la situazione si è cronicizzata sull’usurato copione che vede la Russia arroccata su no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, no alle truppe europee alla frontiera comune a protezione della sicurezza ucraina, rivendicazione della Crimea e del Donbass comprese le regioni non ancora conquistate, pretese che si sono subito scontrate contro il muro di Kiev.
Il campanello d’allarme di quanto velocemente il mondo stia cambiando e i tempi stringano lo ha dimostrato il 1° settembre il successo quasi planetario del vertice annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) organizzato a Tianjin a cui hanno partecipato oltre 22 Paesi eurasiatici, in larga parte economie in espansione del Grande Sud e dei Brics ricchi di risorse minerarie e di peso demografico. Il premier cinese Xi Jinping ha conquistato la presenza di tutti i loro leader tra cui il turco Erdogan, l’indiano Modi (per la prima volta dopo 7 anni di frizioni), il brasiliano Lula, il pakistano Sharif, l’raniano Pezeshki, il bielorusso Lukashenko, il nord coreano Kim Jong Un, lo slovacco Fico …. e Putin. Tutti Paesi minacciati dai dazi americani che hanno discusso non solo di relazioni commerciali, ma anche di Difesa, Sicurezza, Tecnologia e Strategie abbozzando il futuro di quello che dovrà essere il “Nuovo Ordine mondiale”. Infatti, lo spettacolare convegno – amplificato mediaticamente dovunque dalla potentissima immagine della sfilata militare – ha tracciato, con perno la Cina, un futuro di prosperità per il mondo elaborato in un grandioso progetto, per prestigio e dimensione, alternativo alla Nato.
L’indiscusso successo del vertice cinese e l’eccezionale qualità della moltitudine dei partecipanti, la calorosa accoglienza di XI a Putin – che hanno deciso la ripresa delle forniture energetiche russe alla Cina – la mano nella mano tra Putin e Modi … hanno sparigliato le carte di Trump tanto più che Pechino per i suoi disegni strategici è tornato a rifornire la Russia di armi di ultima generazione. Preoccupazione USA aggravata dalla recentissima decisione di Russia e Cina di rafforzare la cooperazione sull’Intelligenza Artificiale creando un gruppo di lavoro comune. Tanto più che anche il recentissimo accordo raggiunto tra USA e Cina esaltato da Trump, secondo il New York Times ha segnato in realtà la vittoria di XI che ha ottenuto la sospensione dei dazi, forte del ricatto del suo quasi monopolio delle terre rare e del peso che ha l’importazione cinese per la soia americana. Di questa mutazione incessante delle situazioni si rende conto anche Trump che da tempo vuole disinteressarsi dell’Europa e dei suoi problemi anche a costo di lasciare la porta aperta a Mosca.
In questa cacofonia inarrestabile di interessi strategici in movimento che fine farà l’Europa? La misura della loro debolezza, gli europei l’hanno avuta all’inconcludente incontro alla Casa Bianca dove sono stati maltrattati da Trump (che due giorni dopo in Alaska ha invece riservato una calorosa accoglienza a Putin) , costretti persino al ruolo di capro espiatorio: «la responsabilità di una mancata pace tra Russia e Ucraina è dell’UE che sta ostacolando ogni soluzione di tregua» ha detto Trump allargando la lista dei colpevoli all’intera Nato. Occasione subito raccolta dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che ha avallato la responsabilità europea. Una sorta di cinica liquidazione del dossier-Ucraina, tanto più inquietante oggi dopo la complicata tregua raggiunta in Medio Oriente che sta spostando l’attenzione anche dei potenti Paesi arabi – Arabia Saudita, Qatar e tutti i Paesi del Golfo e Turchia – verso le grandi occasioni che si aprirebbero con una pace con Israele in termini di accordi commerciali e strategici e, all’occorrenza, in funzione anti Iran.
Nel quadro di questo vorticoso e inaffidabile sviluppo degli eventi è logico che anche gli alleati occidentali adesso pretendano chiarezza dagli USA «perché – dicono – l’Ucraina per noi oggi ha un ruolo importante dato che protegge il territorio della Nato, è la porta di accesso all’Europa e se sostituiamo la parola Ucraina con Europa ci rendiamo conto del pericolo, dato che è inutile illudersi che la Russia, una volta soddisfatte le sue pretese, si fermerà ai confini occidentali». Come sta dimostrando clamorosamente la violazione per la prima volta dei droni russi dello spazio aereo della Polonia , dei paesi Baltici, di Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e persino Belgio mentre proseguono i bombardamenti sull’Ucraina provocando morte e distruzione. E poi la situazione non è tranquilla neppure a sud del Mediterraneo dove bisogna barcamenarsi nei rapporti con Paesi difficili che hanno il ricattatorio potere di ruolo ponte con i Paesi dell’Africa e dove il nuovo premier al Jolani, dopo aver messo fine al regime degli Assad, pare che non escluda di riconfermare alla Russia la gestione del porto siriano di Tartuf, strategico perché controlla il transito delle merci e il flusso degli emigranti dal mar Nero nel Mediterraneo. Per trascurare ad Est Viktor Orban il premier dell’Ungheria, sodale da sempre di Mosca, che con il suo diritto di veto è in grado di paralizzare l’UE. Insomma sommessamente sta avvenendo una sorta di accerchiamento del Continente europeo mentre l’attenzione mondiale è distratta dall’improvvisa proposta USA di possibile composizione della crisi in Medio Oriente. È logico che i paesi occidentali si sentano indifesi, confinati al ruolo di smarriti spettatori, e per questo cominciano ad avvertire che è giunto il tempo non di “seguire” ma di “agire” nella consapevolezza che la Casa Bianca al di là delle dichiarazioni ufficiali, vuole ridurre la presenza delle truppe in Europa che ormai vede come una parte del mondo non più cruciale.
È un fatto che tutti noi abbiamo avuto il privilegio di vivere nel più lungo periodo di pace che l’Occidente abbia mai conosciuto relegando i conflitti nelle periferie geografiche ma oggi la serenità a cui eravamo abituati sta scomparendo con irrefrenabile velocità costringendoci a prendere atto che anche il nostro storico alleato potrebbe abbandonarci per guardare altrove. Allora dobbiamo imparare a fare da soli, ricostruire la grande Casa Europea perché – come ha detto Draghi – «la dimensione economica dei tanti milioni dei consumatori europei non assicura più alcun potere geopolitico tanto che abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi di americani, all’aumento delle spese militari, alla marginalità nei negoziati per l’Ucraina, al ruolo di inerti spettatori dei bombardamenti dei siti nucleari iraniani e del massacro di Gaza». «Una potenziale guerra – confermano i vertici Nato – potrebbe avere ripercussioni mondiali coinvolgendo tra amici e nemici più di 60 Paesi in inquietante analogia con quanto è avvenuto alla vigilia della Seconda Guerra mondiale». Occorre ricostruire perciò la “casa comune” che ci raccolga senza più barriere e divisioni tra membri impostando una seria visione di insieme che ci faccia ritrovare un’identità comune. Solo così, aggiungo io, potremo raccogliere le sfide per sopravvivere nella storia del nuovo mondo che ci sta venendo incontro. Bisogna ritrovare i nostri tradizionali valori, tra cui l’etica e la pietas, per reagire costruttivamente di fronte alle sofferenze degli altri. Reinventandoci quindi non solo nella politica ma nel significato della nostra stessa vita.
*Political and socio-economic analyst
