Fondazione Marisa Bellisario

LE PAROLE CONTANO

di Monica Lucarelli*

Quando si parla di violenza di genere, le parole non descrivono soltanto la realtà: la costruiscono. Ogni espressione usata nei media, nelle istituzioni, nei tribunali o nelle conversazioni quotidiane contribuisce a determinare come la società interpreta ciò che accade alle donne. Per questo scegliere il linguaggio giusto non è un esercizio di forma, ma una responsabilità pubblica.

Espressioni come amore malato, raptus, gelosia incontrollabile, crimine passionale sono ancora molto diffuse. Ma non spiegano la violenza: la mascherano. Presentano l’aggressione come una conseguenza di un sentimento travolto, come se l’uomo che colpisce o uccide fosse vittima di un’emozione e non autore di una scelta. Il rischio è duplice: da un lato si minimizza il reato, dall’altro si confonde l’immaginario collettivo. Amore e violenza non sono due estremi dello stesso continuum: sono realtà opposte. L’amore implica rispetto, reciprocità, cura; la violenza è possesso, dominio, annullamento dell’altra persona. Definirla “amore” — anche se “malato” — significa distorcere la verità.

Le parole sbagliate generano conseguenze concrete. Spostano il discorso dalla responsabilità del carnefice alla “relazione che non funzionava”. Trasformano la vittima in “compagna infedele”, “donna che voleva lasciare”, “provocatrice involontaria”. E quando la narrazione si concentra sulla biografia sentimentale della coppia, si perde di vista la natura strutturale del fenomeno: la violenza di genere non è un incidente privato, è la manifestazione più estrema della disparità tra uomini e donne.

Usare le parole corrette significa chiamare le cose con il loro nome. Non raptus, ma omicidio. Non lite degenerata, ma violenza domestica. Non non accettava la fine della relazione, ma non accettava l’autonomia e la libertà di una donna. Nominarle correttamente permette di individuare le cause: l’educazione alla disparità, gli stereotipi di possesso, la cultura in cui l’identità femminile è spesso concepita come subordinata. Senza riconoscere le radici, non si possono prevenire gli esiti.

Il linguaggio è anche uno strumento di riparazione. Dire femminicidio non è retorica ideologica: è riconoscere che ci sono donne uccise perché donne. Dire vittima non è pietismo: è restituire dignità a chi, troppo spesso, viene giudicata prima ancora che la sua storia sia ascoltata. Dire responsabile non è severità: è giustizia.

Il cambiamento culturale non passa solo dalle leggi, dai centri antiviolenza e dai programmi educativi: passa anche dalle parole che scegliamo ogni giorno. Il linguaggio può essere una barriera che nasconde la violenza — o una chiave che la porta alla luce. Scegliere le parole giuste significa scegliere da che parte stare.

*Assessora alle Attività Produttive, alle Pari Opportunità e all’Attrazione Investimenti di Roma Capitale

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