Fondazione Marisa Bellisario

LE PAROLE CHE MANCANO AL RACCONTO SULLA PARITÀ

di Clara Magnanini*

Quando parliamo di parità di genere, il racconto pubblico è spesso costruito su numeri, diritti, rappresentanza. Fin qui è giusto: dobbiamo molto al femminismo, una delle più grandi rivoluzioni del Novecento, che è stato capace di aprire spazi reali di libertà e possibilità per noi donne.

Eppure il gap di genere esiste ancora e fatica a ridursi con la velocità che meriteremmo. Nel Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, l’Italia resta indietro: 85ª su 148 economie. A livello globale, la parità tra uomini e donne è colmata solo al 68,8% e, al ritmo attuale, serviranno ancora 134 anni per raggiungerla pienamente.

Perché il cambiamento è così lento? Una parte della risposta, scomoda ma necessaria, è che per anni la narrazione si è basata soprattutto sulla contrapposizione: la donna contro i privilegi maschili. Ha funzionato per conquistare diritti, ma ha lasciato in ombra un punto cruciale: il patriarcato non è solo un sistema di potere, ma è anche una narrazione incompleta, che ha escluso l’emotività e la vulnerabilità degli uomini, privandoli delle parole per riconoscere e dare senso alle proprie emozioni. Questo ha generato un costo umano e sociale enorme.

Un dettaglio apparentemente piccolo lo rende evidente. Secondo una ricerca internazionale dell’American Psychological Association, in media le donne piangono molto più spesso degli uomini: fino a 30–64 volte l’anno contro 5–17. Secondo i ricercatori, dietro questo divario si nasconde anche una profonda ragione culturale. È l’educazione emotiva (o la sua assenza) che insegna presto a molti bambini che “i veri uomini non piangono”, e quindi a trattenere.

Tony Porter, attivista americano per la parità di genere e fondatore di A Call to Men, ha chiamato questo copione “The Man Box”: una “scatola” fatta di regole non scritte, che prescrivono agli uomini di apparire sempre forti, virili, dominanti, senza mai mostrare segni di vulnerabilità. L’unica emozione socialmente tollerata è la rabbia. Questo modello tende a ridurre le donne a ruoli che le oggettivano e ne svalutano il riconoscimento e può legittimare dinamiche discriminatorie, favorendo in alcuni casi il persistere della violenza.

Qui entra un altro snodo decisivo: il nesso tra linguaggio ed emozioni. In psicolinguistica esiste un concetto specifico: ipocognizione, la mancanza di parole (e quindi di cornici mentali) per nominare e rappresentare la propria realtà emotiva. Il termine è legato agli studi dell’antropologo e psichiatra Robert Levy: ciò che non riusciamo a dire, spesso resta chiuso dentro di noi, senza forma, senza cura possibile.

Quando questa “mancanza di parole” diventa collettiva, produce conseguenze misurabili. In salute pubblica, per esempio, il tema più drammatico è il suicidio: secondo l’OMS, nei Paesi ad alto reddito il rapporto maschi/femmine nei tassi di suicidio è vicino a 3:1.

C’è poi il costo dell’isolamento sociale, che dopo la pandemia è cresciuto in modo significativo anche tra gli adolescenti. E nelle casistiche cliniche legate al ritiro sociale severo (hikikomori), si segnala una prevalenza maschile fino all’80%.

Infine, il lato più pericoloso: quando la fragilità non trova linguaggio e spazio, può rovesciarsi nel suo contrario: rabbia, bullismo, molestie, violenza. La violenza non nasce perché un uomo è fragile, ma quando una cultura vieta agli uomini le emozioni complesse e concede solo la rabbia, crea un terreno fertile per comportamenti distruttivi.

In generale, gli uomini commettono la grande maggioranza dei reati violenti, spesso oltre l’80%, con variazioni a seconda di Paese e reato. Un dato che racconta quanto la mascolinità costruita sul dominio e su un’idea rigida e binaria del genere possa trasformarsi in danno collettivo.

Le parole che mancano nel racconto sulla parità sono queste: vulnerabilità maschile. Non come alibi, ma come chiave di liberazione. Perché se vogliamo una parità vera, dobbiamo liberare uomini e donne dai ruoli rigidi imposti dal genere, costruendo relazioni basate su un nuovo alfabeto emotivo e reintroducendo parole come paura, cura, confine, rispetto, consenso, responsabilità.

Da dove si comincia? Smettere di pensare che la parità di genere sia solo una questione di redistribuzione di spazio e potere e riconoscerla anche come liberazione emotiva.

Non delegando tutto alla scuola (che resta fondamentale), ma ripartendo dall’individuo: dal coraggio di nominare ciò che si prova, di chiedere aiuto senza vergogna e, per chi sta dall’altra parte, di ascoltare senza giudicare. E poi estendendo questo cambio di sguardo ai luoghi dove il linguaggio diventa cultura: scuole, aziende, media.

Le parole che mancano non sono un dettaglio linguistico, ma una leva culturale. Aggiungerle al racconto della parità significa ridurre solitudine, violenza e sofferenza. E aprire, finalmente, una strada in cui uomini e donne possano essere pienamente liberi di essere umani.

LINK AL TED TALK SUL TEMA: TEDxModena Women | TED

*Group Communication Director Marcolin

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