Fondazione Marisa Bellisario

LA RIVOLUZIONE PREVOST NEL SEGNO DEL RIGORE AUTOREVOLE E GENTILE

È trascorso quasi un mese da quell’inaspettatamente rapida fumata bianca che ci ha consegnato il primo Papa americano, il cardinale Robert Francis Prevost. Confesso che la notizia di un Pontefice americano mi aveva profondamente spiazzato, intimorito ed era questa la disposizione d’animo con cui ho ascoltato le sue prime parole: diffidenza. Sciolta in pochi minuti e non solo e non tanto per quel primo e poderoso “cambio di passo” formale – niente abito dimesso ma la mozzetta rossa e la stola ricamata in oro, il rocchetto e la croce d’oro. No, a colpirmi prima di tutto, e molto positivamente, sono stati i fogli che teneva tra le mani. Mai un Papa aveva letto dalla loggia un testo scritto. E, sentendolo, era chiaro che non si trattava di una difficoltà linguistica: Papa Leone parla bene l’italiano, perfettamente lo spagnolo e conosce il latino. No, piuttosto quei fogli gli servivano per essere preciso, per non sbagliare o lasciare nulla all’improvvisazione, per dire esattamente quello che aveva nella testa e nel cuore. Quei fogli esprimevano ancora meglio della sua evidente commozione e timidezza – con quel tirare su col naso di continuo, come fanno i timidi alle prese con un’emozione insormontabile – il rigore, la serietà, il disegno del nuovo Pontefice. Che mai una volta, in quel suo primo presentarsi al mondo, ha citato sé stesso – il discorso meno narcisistico mai sentito hanno osservato in molti vaticanisti. E che ha spiazzato tutti già nella scelta del nome che nell’ultimo secolo nessuno aveva reclamato: Leone fu il primo Papa a riconciliare, con la Rerum Novarum, la cristianità con la modernità, un nome che da una parte segnala l’apertura al mondo e uno spirito progressista, dall’altra lo incardina nella storia della Chiesa e nella saldezza dei suoi principi.

Tanto è stato scritto da quell’8 maggio. Sono state ripercorse le origini, la storia di figlio di emigrati ed emigrante, il suo percorso nella Chiesa, il temperamento. Si è parlato tanto, sin dall’inizio, di discontinuità. Si è analizzata ogni sua parola, a partire da quelle nove volte in cui ha pronunciato «pace» e l’ha abbinata a un gioco di aggettivi, «disarmata e disarmante», che tradiscono la raffinatezza del matematico e filosofo proveniente dalle schiere di Sant’Agostino. E in tanti hanno delineato il suo compito di ricucitore: Robert Francis Prevost è stato scelto per offrire un esempio di unità e di armonia a un mondo lacerato dai conflitti e a una Chiesa percorsa da troppo durature tensioni. Una Chiesa che ha deciso di sfidare le derive della modernità, con una scelta religiosa e insieme di governo e di moderazione per rinsaldare le certezze dottrinali e unire i due ponti: quello col popolo – «Bisogna ridare la Chiesa ai cattolici» sostiene Riuni in una recente intervista – e quello con una gerarchia che in questi anni spesso non si è sentita valorizzata quando del tutto messa da parte. Il tema della collegialità ridiventa centrale. Probabilmente è la scelta più responsabile e matura che in un contesto mondiale caotico e radicalizzato la Chiesa potesse compiere.

In un passaggio irrituale della sua prima omelia, Leone richiama a un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: «Sparire perché rimanga Cristo». Una pratica iscritta nella storia dell’uomo arrivato al soglio di Pietro quasi da “sconosciuto” per tanti di noi. Eletto Papa senza aver mai rilasciato un’intervista, senza traccia di un suo articolo, una prefazione, un libro, senza alcuna presa di posizione social. Questo forse il segno di discontinuità più potente, su cui in pochi si sono soffermati. La rivoluzione di un silenzio riflessivo e attento contro la dittatura dell’apparire e del rumore del mondo moderno a cui la Chiesa non dovrebbe adattarsi, che non dovrebbe rincorrere se non vuole diventare non solo autoreferenziale ma inefficace. La dottrina e i Vangeli al centro per evitare il rischio, parlando troppo e pregando, di diventare un partito, un movimento culturale, una ong. Una delle tante e non l’istituzione millenaria, punto fermo per chi crede e per chi non crede, argine alle derive della contemporaneità.

Non sono una vaticanista e lascio a chi è più esperto di me le considerazioni sul ruolo che Papa Leone avrà nella Chiesa del futuro. Aggiungo solo una mia personale riflessione, quella di donna che di Papi ne ha incontrati tanti. Leone XIV è un pastore con un’esperienza missionaria ma anche un teologo che si è formato studiando matematica. Non nasconde una rassicurante timidezza, rifugge da frasi a effetto. Sembra un uomo gentile, riflessivo e già questo lo rende rivoluzionario. Si è preso tempo per confermare o nominare chi lo accompagnerà in questo complesso percorso ma appena una settimana dopo ha scelto suor Tiziana Merletti – già Superiora generale delle Suore francescane dei Poveri – come Segretario del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, un dicastero il cui Prefetto è già suor Simona Brambilla. Un pezzo di Curia interamente al femminile. La conferma di un tratto inclusivo, rassicurante e autorevole, un ottimo auspicio per un ruolo femminile nella Chiesa mai più marginale.

Nel suo primo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Prevost delinea le coordinate della sua missione e la fonda su tre parole: pace, giustizia e verità. La pace non come tregua temporanea, ma come dono da coltivare. La giustizia sociale fortemente legata alla famiglia, «fondata sull’unione stabile tra uomo e donna», definita «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società», che va difesa per costruire convivenze armoniche e pacificate. E poi la verità, cristiana, mai «disgiunta dalla carità», l’unica che può consentirci di affrontare le grandi sfide comuni del nostro tempo che «nessuno può affrontare da solo»: migrazioni, Intelligenza artificiale, cura della Terra.

Ha solo 69 anni, e il tempo necessario per lasciare il segno che serve. A tutti noi, credenti e non credenti.

 

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