L’ho fortemente voluto questo numero speciale dedicato al referendum confermativo della riforma della giustizia in calendario il 22 e 23 marzo. E non per schierarmi perché il ruolo mi chiede terzietà e imparzialità. Ci tenevo perché è importante capire, documentarsi, non correre dietro agli slogan. Perché è fondamentale esercitare il voto, riprendere in mano come cittadini il principale strumento di democrazia diretta.
Leggerete, equamente rappresentate, come è nostro costume, le ragioni del SI e del NO. Io mi terrò qui super partes ma andrò a votare con convinzione e chi conosce la mia storia sa già da che parte sto. Due cose però ci tengo a chiarirle.
Primo: votiamo! Solo il 30,6% degli italiani si sono recati alle urne in occasione dei referendum abrogativi dell’8 e del 9 giugno 2025. Le stime del prossimo appuntamento referendario parlano di un’affluenza compresa tra il 34% e il 38%. Negli ultimi trent’anni, su 10 referendum non costituzionali, il quorum è stato raggiunto solo in due occasioni. Uno schiaffo alla democrazia. E capisco che in parte la colpa non sia dei cittadini. Spesso i quesiti referendari sono stati tradotti male e spiegati peggio. Spesso le materie oggetto dei referendum erano troppo lontane dai cittadini, troppo complesse. Una disaffezione che è andata di pari passo all’allontanamento dalla politica. Il punto, però, è che di questo è fatta una democrazia. Di partecipazione. Dobbiamo tornare a sentirci responsabili del nostro futuro. Demandare per poi aver diritto di critica è una pratica non tanto sciocca quanto infantile. La mia di paura è che il partito degli astenuti sarà il vero protagonista anche di quest’appuntamento. E sarebbe un peccato, un’occasione persa.
Forse quindi il punto di partenza è spiegare a chiare lettere che non si tratta di un referendum abrogativo ma COSTITUZIONALE, uno strumento che consente ai cittadini di intervenire direttamente nel procedimento di revisione costituzionale. In parola poverissime, quando, nel corso dell’iter parlamentare, una legge che modifica la Costituzione non viene approvata con la maggioranza dei due terzi dei componenti in ciascuna Camera, si affida al corpo elettorale la decisione finale, rafforzando il ruolo dei cittadini nelle scelte che incidono sull’equilibrio dei poteri dello Stato. Il referendum costituzionale non prevede quorum di partecipazione: indipendentemente dal numero di elettori che si recano alle urne, conta esclusivamente la maggioranza dei voti validamente espressi. L’astensione in questo caso ha un peso straordinario: non esprime disinteresse, distanza o rabbia per l’operato dei partiti. È un gigantesco “chi se ne frega” al funzionamento del nostro Stato, una mortificazione del proprio ruolo di cittadini.
Non stiamo parlando di un referendum sulla caccia, il primo nella storia repubblicana a non raggiungere il quorum. Al centro c’è quella giustizia che, in un modo o nell’altro, riguarda tutti noi. Eppure basta andare al bar o al mercato, parlare con la gente per capire che di giustizia, a 40 giorni dal referendum, parlano in pochissimi. E spesso senza alcuna cognizione di causa. Esercitare la democrazia, essere e sentirsi parte di un sistema di pesi e contrappesi che garantisce le nostre libertà e i nostri diritti non è gratis. Se abdichiamo al dovere del voto, alla responsabilità di informarci e documentarci, di formarci un’idea qualunque essa sia, stiamo “disprezzando” quello per cui tanti popoli in giro per il mondo sono pronti a pagare con la vita. Pensiamoci prima di lavarcene le mani.
Secondo punto: il merito ovvero la giustizia. Non si tratta di un referendum sul governo né su Giorgia Meloni. Non è una disputa destra/sinistra, pro e contro la magistratura. E che gran parte della sinistra (non tutta fortunatamente), stia purtroppo cavalcando questa lettura va solo a detrimento di quella magistratura di cui si sono eletti strenui difensori. È una deriva pericolosissima oltre che dannosa e controproducente e i magistrati stessi dovrebbe osteggiarla con forza. Cosa significherebbe una vittoria di misura del sì? Un plebiscito contro la “casta dei giudici”? E i tanti magistrati che fanno con coscienza, fuori da qualsiasi corrente e tentazione politica, il loro lavoro, delicatissimo? Attenzione perché politicizzare un referendum costituzionale sulla giustizia è quanto di più lesivo per l’immagine di un potere che deve garantirci tutti. Una campagna referendaria seria deve andare nel merito, spiegare le ragioni per un sì o per un no, fuori da ogni connotazione politica e di parte, al di là di slogan, estremizzazioni o catastrofismi, senza evocare scenari di dittatura. Un ragionamento maturo per una prova di maturità richiesta ai cittadini.
In questa Newsletter leggerete il merito della riforma dalle “opposte fazioni”. Ci saranno tecnicismi per i più edotti e parole semplici per chi non è dentro la materia e però crede sia importante andare discernere per un voto informato e consapevole. Ringrazio tutti coloro che hanno accolto il nostro appello e mi scuso in anticipo se mi permetto di manifestare una leggera predilezione. Non per il merito delle argomentazioni ma perché se dovessimo guardare ai novanta anni del professor Sabino Cassese, vedremo una vita spesa a cercare, nei fatti e nelle parole, la strada per comunicare, aiutare a comprendere, semplificare senza immiserire. È l’obiettivo che ci ponevamo con questo numero.
Buona lettura e buon voto!
