IN PIAZZA PER IL POPOLO IRANIANO, SEMPRE DALLA PARTE DELLE DONNE
Venerdì 16 gennaio, dalle 16, sulla scalinata del Campidoglio, la Fondazione Bellisario, insieme a Amnesty International Italia e Women Life Freedom for Peace and Justice, manifesterà in sostegno delle donne e degli uomini iraniani. Per la loro battaglia di vita e libertà.
Nel 2019, eravamo davanti all’Ambasciata dell’Iran per chiedere la liberazione di Nasrin Sotoudeh, l’avvocata iraniana per i diritti umani condannata a 33 anni di carcere per aver difeso le donne che protestavano contro l’obbligo di indossare il velo. Nel 2023 eravamo sempre lì all’indomani della barbara uccisione di Mahsa Amini per mano della polizia morale e, per tre anni e anni e tre mesi, abbiamo continuato a parlare delle vittime – oltre mille, 30 mila arresti, centinaia di impiccagioni – e di quelle donne coraggiose che non hanno mai smesso di gettare sabbia negli ingranaggi del regime degli ayatollah. Oggi, che la protesta pacifica delle ragazze che ballavano senza hijab ha trascinato un Paese intero, ci saremo ancora una volta.
Ci ricordiamo i milioni di giovani scesi in piazza per Gaza? Le università occupate, i cortei pro Palestina? Ecco mi chiedo dove sono tutti quei ragazzi e ragazze. Il popolo iraniano, le donne iraniane, i loro coetanei giustiziati per le strade non meritano alcuna mobilitazione? È un silenzio assordante quello che circonda questa strage. Un silenzio che uccide e mortifica tutti, donne e giovani in prima linea. Un silenzio che non può spiegarsi solo con l’indifferenza ma con un’ideologia farlocca. I giovani e le giovani iraniane rischiano la morte per quei valori occidentali che tanti da questa parte del mondo disprezzano e condannano. Per questo non meritano una solidarietà corale, convinta, nessuno sciopero, nessun corteo, nessuna occupazione. Eppure, l’indignazione della pubblica opinione mondiale ha dimostrato di aver un peso nella liberazione di Gaza.
«Non dimenticate la battaglia di mia madre, conosco i suoi valori e chiedo, come fossi lei, che la comunità internazionale, gli attivisti, i giornalisti, gli avvocati e i media tutti amplifichino la voce del popolo iraniano per la democrazia e per la libertà» dice dall’esilio francese il figlio della Nobel Narges Mohammadi, imprigionata per l’ennesima volta pochi giorni prima dell’inizio delle manifestazioni. Noi non dimentichiamo.
Nelle ultime settimane sono diventate virali le immagini di donne iraniane residenti all’estero che accendono sigarette con la foto di Khamenei. In Iran, fumare in pubblico – così come truccarsi, recitare o cantare – è considerata una violazione. Bruciare la foto del leader è un reato. Tutte le autrici della protesta non indossano il velo. Le clip, ripubblicate incessantemente dalle piattaforme di tutto il mondo, amplificano la voce delle manifestanti mentre la repressione si fa ogni giorno più brutale. I numeri delle vittime si avvicendano in una corsa al rialzo, sempre più spaventosi, impronunciabili. Il blocco quasi totale di internet, imposto dall’ayatollah Al Khamenei, rende difficile un bilancio veritiero ma chi l’ha aggirato è riuscito a diffondere video che mostrano sparatorie contro la folla e corpi ammassati sulle strade e trapelano racconti agghiaccianti.
Il regime ha paura. Le ragazze e i ragazzi in piazza non vogliono più “correggerlo” ma cancellarlo. Una generazione intera non si sente più parte della Repubblica islamica, non ne condivide i codici, il linguaggio, l’orizzonte morale e si percepisce totalmente estranea a un sistema subìto come vecchio, oppressivo, fuori dal tempo. Le donne che si tolgono il velo non stanno “sfidando una legge” ma negando l’autorità simbolica del regime perché l’hijab obbligatorio è uno dei pilastri fondativi della Repubblica islamica. La combinazione soffocante di sanzioni, inflazione, blackout energetici, scarsità d’acqua, censura digitale e repressione dei costumi in cui vive la società iraniana – 92 milioni di persone, isolate da decenni – è implosa.
Le incognite restano tante. La debolezza interna del regime degli ayatollah – in “modalità di sopravvivenza”, ha scritto il New York Time – l’isolamento regionale, l’indebolimento di tutti i proxy che ne moltiplicavano il potere – Hamas nella Striscia, Hezbollah in Libano, le milizie sciite filo-iraniane in Siria e Iraq, gli Houthi dello Yemen – e il fattore Trump fanno essere ottimisti. Ma la paura per il “dopo” rimane, soprattutto tra le principali artefici della rivoluzione.
Sono tre anni e tre mesi che le donne iraniane urlano al mondo – nelle piazze del loro Paese sfidando la morte, sui media di tutto il mondo, a parole e sulla loro carne – la loro rabbia e insofferenza, la loro preghiera e desiderio di libertà e vita. Sono state il fronte più resistente e sfiancante contro un regime terrorista e liberticida. Le alleate più preziose di un Occidente affaccendato in altre guerre per potervi prestare attenzione. E ora? Le attiviste, dentro e fuori dal Paese, temono il bis del 1979 quando, a rivoluzione compiuta, le donne smisero di essere una priorità. Temono che ora che l’epilogo si sta avvicinando grazie a loro, saranno i loro diritti a essere sacrificati e a scomparire dall’agenda del futuro del Paese. “Donna vita libertà”, quello slogan sinonimo di una lotta irriducibile e disarmata, è di fatto scomparso dal discorso mediatico così come lo è dal profilo social di Reza Pahlavi, l’erede dello scià candidato dalla diaspora monarchica alla guida dell’eventuale transizione. La vera incognita non è se il cambiamento arriverà, ma se dopo il cupo e sanguinoso autunno degli ayatollah arriverà finalmente una primavera o solo un altro inverno.
Nei giorni scorsi, il Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, insieme a sei intellettuali iraniani, ha fatto appello a Trump chiedendo un’azione internazionale per «prevenire il disastro». Sarà altra violenza a porre fine alla strage dei civili iraniani? Non ce lo auguriamo ma di certo è arrivato il momento di un intervento. Un punto resta però fermo per noi. Nessun altro Afghanistan, nessun’altra transizione che calpesti il corpo e la vita delle donne. Che, in un domani che ci auguriamo vicinissimo, si ricordi il prezzo che hanno pagato e si risarciscano le generazioni di giovani donne con la libertà su cui le loro madri e sorelle hanno scommesso la vita.
