di Martina Semenzato*
Da donna, da manager e da due anni da Presidente della Commissione di inchiesta sul femminicidio, nonché ogni altra forma di violenza di genere non posso che ribadire un aspetto essenziale: il lavoro non è solo una leva economica, ma uno strumento di libertà.
La violenza sulle donne è un problema culturale e una responsabilità sociale che riguarda tutti. Uno dei temi fondamentali è proprio quello della violenza economica che ho voluto fortemente nella mia Commissione.
La violenza economica, la più silenziosa e la più manipolatoria, incatena le donne. È la violenza che non lascia lividi, ma svuota la libertà. Perché la violenza ha una dinamica ciclica, manipolatoria, che alterna carezze e crudeltà, confonde, isola, indebolisce.
Dare alle donne gli strumenti per essere indipendenti e autonome significa combattere ogni forma di violenza e abuso, spezzare il ciclo di dipendenza economica che troppo spesso si accompagna a situazioni di maltrattamento, partendo per prevenirla dalla cultura finanziaria.
L’educazione e l’alfabetizzazione finanziaria tra le giovani generazioni fin dalla scuola materna è fondamentale per sviluppare consapevolezza e abitudini economiche consapevoli.
Quella economica è la forma più subdola di violenza, finora non adeguatamente indagata. È una violenza che ha già trovato riconoscimento nell’art.3 lettera A della Convenzione di Istanbul. La violenza economica è una forma di abuso che consiste nell’utilizzare il controllo delle risorse economiche per esercitare potere e controllo su una persona, rendendola dipendente e isolata. Le sue manifestazioni includono impedire l’accesso a un lavoro, controllare le spese, nascondere il reddito familiare o negare l’accesso ai propri soldi. Ecco perché è definita “subdola” e “non adeguatamente indagata”, perché spesso viene sottovalutata, ma è uno strumento di coercizione potente e pervasivo che mina l’indipendenza e le possibilità di fuga della vittima.
Ma quali sono le misure di contrasto alla violenza economica?
Abbiamo il reddito di libertà, ora strutturale, l’assegno di inclusione, gli sgravi contributivi, il microcredito di libertà o anche la sospensione del pagamento della rata di mutuo. Quest’ultimo per effetto dei protocolli di intesa sottoscritti tra il Ministero per la famiglia, la natalità e le pari opportunità e l’ABI a favore di quelle donne che hanno deciso di intraprendere un percorso di protezione e che si trovino in difficoltà economiche.
La Commissione quindi dopo un corposo ciclo di audizioni di esperti istituzionali, accademici e sociali, si appresta alla stesura della Relazione finale le cui conclusioni, come per le precedenti completate – la prima a luglio del 2024 sulla “Ricognizione degli assetti normativi in materia di prevenzione e contrasto della violenza di genere per la redazione di un Testo unico” e ad agosto di quest’anno quella sugli “Orfani di femminicidio” – conterranno riflessioni e sollecitazioni per i futuri interventi legislativi, economici e sociali.
In merito alla relazione sugli “Orfani di femminicidio”, è il risultato di un’indagine specifica: un rilevante e articolato ciclo di audizioni (n. 23), importanti considerazioni finali e proposte di interventi legislativi puntuali in materia (15 obiettivi), utili per il Legislatore e per tutti coloro che a vario titolo sono chiamati a contribuire nella lotta alla violenza contro le donne e al femminicidio.
In stesura finale, abbiamo inoltre le relazioni sui braccialetti elettronici, sul diritto comparato e cooperazione internazionale, e ancora sulla dimensione digitale.
Quest’ultimo filone di indagine, c.d. violenza online, è stato inserito a seguito delle recenti vicende legate ai siti sessisti. Con la nuova legge sull’intelligenza artificiale (n.132 del 23 settembre 2025) in vigore dal 10 ottobre 2025, è stata introdotta una nuova fattispecie di reato (art. 612-quater c.p.) che punisce, con la pena da uno a cinque anni, chiunque cagiona un danno ingiusto ad una persona, cedendo, pubblicando o altrimenti diffondendo, senza il suo consenso, immagini, video o voci falsificati o alterati mediante l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale e idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità. Viene così colmata, in parte, la lacuna presente nell’art. 612-ter c.p. che punisce il revenge porn ma solo se le immagini e i video sono genuini. La riflessione oggi riguarda la responsabilità anche di gestori e piattaforme, e l’identificazione dei soggetti che commettono reati nel web.
L’impegno bipartisan nella lotta alla violenza contro le donne ha raggiunto importanti risultati: l’Italia è un Paese virtuoso che irrobustisce il proprio apparato normativo. A tal proposito l’approvazione all’unanimità, in via definitiva il 25 novembre 2025, della nuova legge a tutela delle donne è fondamentale. Il femminicidio non è “un fatto”, non è “un dramma familiare”, non è “un raptus”, ma un crimine fondato su possesso, dominio, odio. E come tale deve essere riconosciuto, nominato e punito.
Si introduce nel nostro ordinamento (art.577 – bis del codice penale) un reato autonomo, chiaro, inequivocabile: chi uccide una donna in quanto donna – perché la considera sua, perché rifiuta la sua libertà, perché pretende di governarne i sentimenti, i movimenti, la vita – risponderà con la pena più alta prevista dal nostro sistema: l’ergastolo. Diamo così riconoscimento giuridico a ciò che da anni raccontano le statistiche, i tribunali, la cronaca e il dolore delle famiglie: l’uccisione di una donna non è un omicidio “come gli altri”. Ha una matrice specifica, culturale, di genere. La nuova legge prevede tra i tanti interventi anche un potenziamento delle iniziative formative per i magistrati e gli operatori socio sanitari, irrobustisce le misure cautelari custodiali, questo vuol dire che il divieto di avvicinamento diventerà l’eccezione e non la regola, aumentano gli obblighi di informazione alle vittime di violenza domestica sulla eventuale scarcerazione o evasione dell’autore del reato. In caso di femminicidio, la comunicazione verrà fatta ai prossimi congiunti. La violenza di genere non ha bisogno solo di simboli, ma di sostanza. Non bandiere, ma protezione. Non promesse, ma impegno concreto dello Stato verso le donne e la loro libertà.
*Presidente della Commissione di inchiesta sul femminicidio, nonché ogni altra forma di violenza di genere
