Fondazione Marisa Bellisario

GARLASCO: LA RICERCA DELLA VERITÀ

di Paola Balducci*

Può un caso di cronaca tornare alla ribalta dopo 20 anni? Può un capo di imputazione essere riscritto con una dinamica delittuosa totalmente diversa, un movente diverso, ma soprattutto, un autore materiale diverso da colui che è già stato condannato e che è in procinto di finire di scontare la sua pena?

Il caso Garlasco è tornato al centro della cronaca giudiziaria italiana con una forza che dimostra, ancora una volta, quanto il processo penale non appartenga soltanto alle aule di giustizia e quanto la verità processuale fatichi, oggi più che mai, a restare distinta dalla verità percepita, raccontata e spesso anticipata nello spazio mediatico. Certo, sappiamo bene come il diritto penale sia in grado di coinvolgere l’opinione pubblica, ma fino a dove può spingersi la ricerca “popolare” di un colpevole?

La verità è che abbiamo sicuramente già oltrepassato il limite della spettacolarizzazione della vicenda e ora, con la progressiva discovery delle risultanze investigative, si sta celebrando un processo collettivo, che non accenna a voler perdere alcun aspetto di una vicenda quantomai intricata.

La morte di Chiara Poggi – vittima nei cui confronti si dovrebbero imporre prima di tutto rispetto, misura e memoria, prima ancora che schieramenti e “tifoserie” sulle ricostruzioni – non ha mai smesso davvero di interrogare il Paese. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione dopo due assoluzioni e una lunga vicenda processuale. Oggi, però, l’inchiesta riaperta dalla Procura di Pavia nei confronti di Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, riporta quel caso dentro una zona delicatissima: quella in cui una verità giudiziaria già formata viene rimessa in discussione da nuovi atti, nuove analisi, nuove ipotesi investigative.

Secondo le ultime notizie, i magistrati hanno chiuso le indagini nei confronti di Sempio, ritenendolo l’unico responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi. Tra gli elementi al centro dell’inchiesta vi sarebbero il DNA, le intercettazioni – fra cui dei singolari soliloqui dell’indagato nella sua autovettura – e delle presunte incongruenze nell’alibi dell’indagato. La difesa di Sempio respinge le accuse e lavora per contestare il quadro probatorio, la famiglia Poggi continua a ritenere corretta la condanna di Stasi, la difesa di Stasi, invece, guarda alla revisione come possibile strada per mettere in discussione la sentenza definitiva.

È esattamente qui che il caso Garlasco diventa qualcosa di più di un caso di cronaca, perché rappresenta come noi tutti, come società, ci rapportiamo con la giustizia.

Perché ogni grande vicenda giudiziaria, soprattutto quando è complessa, produce un bisogno quasi immediato di sapere, capire, schierarsi. E oggi questo bisogno è amplificato da televisioni, social network, talk show, ricostruzioni, intercettazioni diffuse, consulenze commentate in tempo reale, dettagli investigativi trasformati in titoli e avvocati che – opinabilmente o meno – sfruttano il parterre televisivo per la propria causa.

Il problema non è l’interesse pubblico, perché è giusto e quasi fisiologico che un caso come Garlasco interessi l’opinione pubblica. È giusto che ci si interroghi sulla possibilità di un errore giudiziario, sulla tenuta delle indagini, sul dolore della famiglia Poggi, sulla posizione di Alberto Stasi e su quella di Andrea Sempio. Ma è davvero giusto dare in pasto alle prime pagine dei giornali dettagli personali, “scandali”, aspetti sessuali e quanto più possa portare l’opinione pubblica a cristallizzare responsabilità individuali slegate dalle regole dell’accertamento processuale?

La pubblicità del processo è una garanzia democratica: consente ai cittadini di conoscere e controllare ciò che avviene nelle aule di giustizia. Ma è proprio questo il punto: si dovrebbe formare un’opinione in base a ciò che accade nelle aule di giustizia, non fuori.

Nel processo penale esistono garanzie costruite in decenni di civiltà giuridica: la presunzione di non colpevolezza, il diritto di difesa, il contraddittorio, la distinzione tra indizio e prova, la necessità che la responsabilità sia accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Nulla dovrebbe essere dato per scontato, né il sospetto, né il probabile.

Nel processo mediatico, invece, tutto cambia il dubbio diventa racconto e un capo di imputazione diventa dispositivo di sentenza. Gli indizi, che nel processo devono essere chiari, precisi e concordanti, valutati con rigore, anche in base a riscontri, vengono presentati come prove decisive. E così l’opinione pubblica finisce per assolvere o condannare molto prima del processo vero.

Garlasco racconta perfettamente questa tendenza. Per anni una parte del Paese ha guardato ad Alberto Stasi come al colpevole definitivo, un’altra parte come al possibile innocente travolto da un sistema che avrebbe sbagliato. Oggi il rischio è che lo stesso meccanismo si ripeta, semplicemente spostando l’attenzione su Andrea Sempio.

Se vi sono nuovi elementi, è doveroso che vengano approfonditi, se vi sono stati errori, è doveroso che vengano accertati, se una sentenza definitiva dovesse rivelarsi ingiusta, sarebbe necessario prenderne atto con coraggio. Ma tutto questo deve avvenire nel processo, non nel rumore che lo circonda.

Non si tratta di difendere qualcuno a prescindere e non si tratta di minimizzare la gravità dell’omicidio di Chiara Poggi, né di ignorare il dolore di chi da quasi vent’anni attende una verità piena. Il punto è ricordare che la giustizia penale non può essere governata dall’emozione collettiva, dalla pressione mediatica o dalla necessità di offrire rapidamente un responsabile all’opinione pubblica.

Se vi sarà una revisione, sarà processuale, alla luce di nuove prove o di una nuova sentenza. La verità processuale, per quanto imperfetta e umana, è l’unica che può nascere dal confronto tra le parti, dal controllo delle prove, dalla valutazione di un giudice imparziale. Fuori da quelle regole resta solo una verità percepita, spesso più seducente, più rapida, più adatta alla narrazione pubblica, ma anche molto più fragile.

Il caso Garlasco, oggi più che mai, ci impone allora una domanda: vogliamo davvero sapere la verità o vogliamo soltanto una storia che ci sembri convincente?

Aspetteremo i risvolti processuali del caso, ma dovremmo attenderli con una promessa: non chiedere alla giustizia di essere più veloce della verità, né alla verità di piegarsi al bisogno che abbiamo di sentirci già dalla parte “giusta”.

*Politica e Giurista

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