di Paola Balducci*
Quando siamo posti davanti a femminicidi, così efferati come quelli a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, risulta più difficile del solito lasciar parlare il diritto, le garanzie e i procedimenti giudiziari.
Ciò che emerge immediatamente, che prende il sopravvento sul dolore, è il crudo sentimento di rabbia, un sentimento vendicativo, una necessità di restituire, per quanto possibile, il male che è stato fatto.
Abbiamo assistito a storie terribili, a vite spezzate in un soffio, a madri, ragazze, laureande, che non hanno potuto raggiungere i propri obiettivi, perché qualcuno gliel’ha impedito.
Ci verrebbe da chiederci: a che titolo qualcuno può decidere di infrangere dei sogni, di spezzare una vita, delle famiglie? Perché?
Nei procedimenti recenti a cui abbiamo assistito, pensiamo a quelli sugli omicidi delle “Giulie”, Cecchettin e Tramontano, ai loro assassini, “perché” è la domanda che viene posta più spesso.
“Perché? Cosa ti è passato per la testa?”, probabilmente sono le domande che tutta l’Italia continua a porsi, credendo molto spesso di trovarsi davanti a situazioni inspiegabili, certamente efferate, ma spesso imprevedibili.
In realtà, ciò che è necessario mettere in luce è che anche a fronte di delitti terribili, non siamo quasi mai davanti a casi isolati, estremi e improvvisi. Le ragioni alla base di eventi del genere sono ragioni profonde, certamente poi confluite in una esplosione di violenza, ma radicate in fenomeni dal taglio prettamente sociale e culturale.
Siamo assistendo alla descrizione, passo per passo, dei pensieri di Filippo Turetta, delle sue intenzioni, dei messaggi inviati a Giulia costantemente. Sguardo basso in aula, poche parole, ma prima, a Giulia, sospiri controllati da tutti. “Io non posso non laurearmi, se ti laurei tu”. Una frase molto semplice, che racchiude uno degli aspetti più radicati nel concetto di violenza di genere: il possesso.
Il possesso nei confronti della donna, il possesso sulle decisioni della propria compagna, sulle sue modalità di vita, il sindacare le sue scelte ma soprattutto provare a fermarle. Non è Filippo Turetta, l’emblema dei casi di femminicidio. Filippo Turetta ha contribuito a portare alla luce un fenomeno che ha diversi nomi e volti.
Il femminicidio non è un fenomeno inedito: è un fenomeno che purtroppo c’è sempre stato, ma che sta diventando più visibile, più incisivo, più esasperante.
Ed allora, perché è così importante svolgere questi processi, guardare in faccia i colpevoli e giudicarli per quanto hanno fatto, provando a lasciare da parte la rabbia, le istanze retribuzionistiche, garantendo loro un processo giusto? “Buttare la chiave” può essere il monito della folla, davanti a delle vite interrotte, a delle vite mai nate, ma il processo penale è molto di più.
Il processo penale è il luogo per eccellenza per ricostruire l’ordine sociale rotto dal reato; purtroppo, non può restituirci le vittime, ma può fungere da megafono per la loro voce. Può fungere da monito, da insegnamento, affinché le conseguenze del reato siano visibili a tutti, il dolore arrecato non sia vano.
Le aule giudiziarie sono i luoghi dove la società non solo punisce il colpevole, ma riflette su sé stessa, sui propri valori e sulle proprie responsabilità.
Affrontare il fenomeno del femminicidio significa andare oltre il singolo caso, significa indagare le cause profonde, smascherare le dinamiche di potere e possesso che ne sono alla base, e lottare per un cambiamento culturale. Giustizia non significa solo condannare, ma anche educare, prevenire, dare voce a chi non può più parlare e costruire una società in cui nessuno si senta legittimato a decidere della vita altrui.
Il dolore non si cancella, ma è possibile trasformarlo in una spinta collettiva per cambiare, per non restare indifferenti, per far sì che i sogni spezzati di oggi siano la motivazione per costruire un domani più giusto e consapevole.
*Professoressa di Diritto Luiss Guido Carli
