di Anna Rita Germani*
Per oltre trent’anni abbiamo creduto che la globalizzazione avesse addomesticato il potere. Regole, mercati, catene del valore e istituzioni multilaterali sembravano aver reso la forza un residuo del passato. Oggi quella convinzione è crollata. L’economia è tornata a essere terreno di conflitto, non per accidente, ma per trasformazioni strutturali.
Il ritorno della geopolitica delle risorse – petrolio, gas, terre rare, rotte artiche – è il segnale che le istituzioni internazionali non riescono più a contenere conflitti distributivi sempre più acuti. Quando il diritto non basta più, contano la posizione geografica, il controllo, la capacità di imporre costi agli altri. È ciò che Robert Kaplan ha definito la “vendetta della geografia”: non un destino imposto dalla natura, ma una regressione politica. Quando le regole e le istituzioni perdono credibilità, gli Stati smettono di governare l’interdipendenza e tornano ad affidarsi a ciò che resta non negoziabile – territorio, risorse, posizione strategica.
In questo quadro si collocano Venezuela, Groenlandia, Panama. Non come episodi isolati, ma come segnali di una strategia: usare energia e commercio come leve di pressione politica. Come osserva Joseph Stiglitz, un egemone che abusa del proprio potere economico finisce per erodere le basi stesse del sistema da cui trae vantaggio. Il problema non è solo morale; è macroeconomico. Un mondo organizzato secondo logiche predatorie è un mondo più instabile, più costoso, meno produttivo.
L’Europa si trova esattamente in mezzo a questa frattura ed è l’attore strutturalmente più esposto, non perché sia debole in senso assoluto, ma perché è dipendente: dalle importazioni energetiche e dalle catene globali del valore,
Il riarmo europeo e il rafforzamento delle capacità di sicurezza e difesa non sono una scelta ideologica, ma una reazione difensiva a un contesto internazionale più instabile e competitivo. Tuttavia, le implicazioni economiche sono tutt’altro che marginali: aumentare strutturalmente la spesa per la difesa significa comprimere altri capitoli di bilancio, accrescere il debito pubblico e ridurre margini fiscali per welfare, istruzione e transizione verde.
È qui che il Green Deal assume un significato diverso da quello puramente ambientale. Non è solo una politica climatica: è una strategia di riduzione delle vulnerabilità. Ridurre la dipendenza da combustibili fossili importati significa ridurre l’esposizione a shock geopolitici e ricatti esterni. Non sorprende che Science abbia definito l’ascesa delle rinnovabili il Breakthrough of the Year 2025: non una singola innovazione, ma una dinamica economica ormai auto-rinforzante. Solare ed eolico non avanzano per idealismo, ma perché sono più economici, più rapidi da installare, meno controversi.
La domanda, a questo punto, è se l’Europa stia davvero facendo scelte strategiche di lungo periodo o stia semplicemente subendo traiettorie tecnologiche decise altrove. Emergono, infatti, diverse ambiguità: rinnovabili e veicoli elettrici avanzano, ma senza un disegno chiaro su dove si producano tecnologie, componenti e materie prime. L’Europa riduce le importazioni di energia fossile, ma aumenta quelle di batterie, auto elettriche e input critici, soprattutto dalla Cina. Il risultato è un paradosso crescente: maggiore autonomia energetica, ma nuove dipendenze industriali. In assenza di una visione integrata su industria, commercio e sicurezza economica, il rischio è che la transizione rafforzi altri poli produttivi invece di consolidare capacità europee. In questo senso, accordi come quello UE-Mercosur rappresentano una mossa geopolitica e un test cruciale della capacità europea di fare commercio regolato in un mondo che si sta richiudendo.
Questa impostazione è coerente con quanto sostiene Dani Rodrik nel suo ultimo libro (2025) Shared Prosperity in a Fractured World: le grandi sfide del nostro tempo – cambiamento climatico, erosione della classe media, povertà globale – sono strettamente interconnesse e richiedono una trasformazione strutturale guidata da politiche industriali capaci di orientare l’innovazione e la struttura produttiva. Transizione verde, innovazione tecnologica, intelligenza artificiale sono giochi a somma positiva sul piano aggregato e rappresentano potenti leve di sviluppo economico e produttivo. In questo contesto, la pace non è un ideale astratto ma una variabile economica cruciale e resta l’investimento più efficace in termini di sicurezza, stabilità e crescita di lungo periodo.
Ed è su questo terreno, non su quello della forza, che si gioca il futuro economico, sociale e politico dell’Europa.
*Professoressa di Economia Politica, Sapienza Università di Roma
