di Maria Teresa Bellucci*
L’uguale partecipazione al mondo del lavoro per donne e uomini è certamente una questione di pari opportunità, ma non solo. Si tratta infatti di un potente volano per la crescita della nazione. Grazie alle politiche del Governo Meloni, l’Italia ha registrato importanti progressi, segnando il record di occupazione femminile al 54,4%, con 315mila donne in più al lavoro rispetto all’anno scorso. Tuttavia, siamo anche consapevoli del risvolto della medaglia, di quel 47% di donne ancora escluse dal mercato dal lavoro, che non riescono a trovare o mantenere un impiego a causa di ostacoli e difficoltà spesso legate al contesto in cui vivono.
Le stime ci dicono che se entro il 2050 eguagliassimo il numero di lavoratrici e lavoratori, il PIL crescerebbe del +12%. Una grande spinta propulsiva, perché avere più lavoratrici significa maggiore produttività e una redistribuzione più equa delle risorse. Per questo il Governo ha subito deciso di investire sul lavoro come leva di crescita sia sociale che economica, promuovendo numerosi interventi per rafforzare l’occupazione femminile.
Dall’aumento dei congedi parentali fino al terzo mese, per un importo dell’80%, agli incentivi per le assunzioni; dagli ingenti investimenti sugli asili nido – come il recente stanziamento di 800 milioni di euro – all’esclusione dell’assegno unico universale dal calcolo ISEE. E ancora, l’esenzione fiscale per i fringe benefit fino a 5000 euro e il bonus mamme esteso anche alle lavoratrici a tempo determinato e autonome.
Tante le misure promosse, con un obiettivo chiaro: costruire una società in cui le donne non debbano più scegliere tra carriera e famiglia. Vogliamo che la cultura del lavoro si evolva verso modelli organizzativi più flessibili e inclusivi, che valorizzino il talento femminile senza penalizzarlo.
Il tema dell’equità, tuttavia, non si esaurisce nell’accesso al lavoro. Un altro fronte su cui siamo impegnati è quello della violenza di genere, che rappresenta un ostacolo all’autodeterminazione delle donne, una violazione dei diritti umani. In occasione dell’8 marzo, il Consiglio dei Ministri ha varato il ‘DDL femminicidi’, introducendo il delitto di femminicidio come reato autonomo e sanzionandolo con l’ergastolo. Una novità che abbiamo fortemente voluto per dare un ulteriore segnale deciso nella lotta a questo dramma sociale.
Non si tratta solo di un problema di sicurezza: la violenza di genere è un freno alla libertà e alla piena partecipazione. I dati lo confermano: molte vittime dipendono economicamente dall’aggressore e faticano a trovare una via d’uscita. Per questo, è fondamentale offrire supporto economico, come fa il Reddito di Libertà aumentato da 400 a 500 euro mensili, che si aggiunge all’Assegno di Inclusione esteso anche a donne vittime di violenza. E anche favorire le assunzioni con sgravi fiscali, come l’introduzione della super deduzione fino al 130% per chi assume a tempo indeterminato vittime di violenza.
Tutti questi interventi nascono da una consapevolezza profonda: il lavoro è libertà. Garantire alle donne la possibilità di lavorare significa offrire la possibilità di essere libere e autodeterminarsi.
Ed è qui che si innesta un tema ancora più ampio: il diritto alla felicità. In Occidente, solo gli Stati Uniti ne annoverano il perseguimento, come recita la Dichiarazione d’Indipendenza. Per alcuni la felicità è legata a cose materiali, per altri è un’utopia. Si tratta, in realtà, di una responsabilità condivisa. Il diritto di ciascuno alla felicità contiene anche il dovere di perseguirla, dipende dall’impegno di tutti nel creare le condizioni per sé stessi e per gli altri in cui potersi realizzare, senza discriminazioni né violenze. Un fattore essenziale per una società democratica e moderna, perché una persona che lavora, indipendente e che vive libera dalla paura è in grado di offrire il massimo a sé stessa e a tutta la società.
Investire nell’occupazione femminile, tutelare le donne vittime di violenza, riconoscere il valore del benessere psicofisico per realizzare il proprio progetto di vita: sono tutte tessere di un grande mosaico, quello di un’Italia che vuole essere davvero libera e inclusiva. È una sfida complessa, ma necessaria, perché una società che ascolta e sostiene le donne è più forte, competitiva e più giusta per tutti.
*Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali
