Fondazione Marisa Bellisario

DALLA PARTE GIUSTA DELLA STORIA

Sono 1387 giorni, 3 anni, 9 mesi e 18 giorni di guerra nel cuore dell’Europa. Una crisi infinita che ha trasformato il nostro rapporto con il concetto di guerra. E di pace. Iraq, Libia, Afghanistan, negli ultimi decenni le guerre intraprese dalle potenze occidentali sono state presentate come interventi limitati e necessari, operazioni “chirurgiche, spesso, almeno nella narrazione, dettate da ragioni umanitarie. La guerra come qualcosa di lontano, geograficamente, e di contenuto, scandito, temporalmente. Piccoli incidenti della storia recente. E forse non è un caso che lo stesso Cremlino abbia presentato l’invasione dell’Ucraina come “operazione speciale militare”. Anche in Russia, il termine guerra va esorcizzato. Dopo quasi 4 anni di conflitto, di morti, trincee, distruzioni da entrambi i fronti, l’attesa di un accordo si fa sempre più concitata.

«Stiamo lavorando per la pace, non per una tregua – ha dichiarato nei giorni scorsi il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov – una pace sostenibile, garantita e duratura, raggiunta attraverso la firma di documenti è una priorità assoluta». Documenti, appunto, quelli al centro dell’intensa attività degli ultimi giorni. Le trattative sono frenetiche, le parti ancora distanti, ma sembra che ci sia un avvicinamento che potrebbe sortire un primo risultato.

«Nonostante le fragili fondamenta» lo sforzo di pace di Trump è «in parte promettente», perché i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner «sembrano riconoscere che la migliore protezione per l’Ucraina è una combinazione di garanzie di sicurezza obbligatorie e futura prosperità economica. E sanno che il pacchetto fallirà a meno che Zelensky possa venderlo ad un Paese coraggioso ma esausto» scrive il Washington Post. Il nuovo «pacchetto negoziale» – rivisto dall’Europa e da Zelensky conterrebbe tre documenti: il piano di pace, le garanzie di sicurezza e un piano per la ripresa economica.

L’Europa è in una posizione particolarmente vulnerabile, divisa ma non irrilevante, come vorrebbero alcuni. I Volenterosi stanno dando un contributo importante per evitare una resa disonorevole di Kiev e per mitigare le richieste di Putin e Trump. Il punto è che in questo scenario complesso, in queste prove di forza muscolari, l’Europa è lo spazio più direttamente esposto alle conseguenze della guerra, sul piano energetico, economico, migratorio ma al contempo continua a dipendere in larga misura dalla protezione americana per la propria sicurezza militare. Qui si inserisce il tentativo di mediazione di Giorgia Meloni. Uno scontro con l’alleato americano non porterebbe a nulla di buono. Nel frattempo, e nonostante le tensioni con gli alleati, la premier non ha fatto mai mancare il suo sostegno all’Ucraina e assicura che il decreto sugli aiuti all’Ucraina sarà approvato in uno degli ultimi Consigli dei ministri dell’anno. Certo è che per l’Ue, la capacità di avere un ruolo e un peso in una pace giusta per il Paese europeo più martoriato dalla Seconda guerra mondiale non è un’opzione ma l’unica garanzia di sopravvivenza nel nuovo mondo prospettato da Trump.

L’Ucraina. Dieci anni dopo l’annessione russa della Crimea e l’inizio del conflitto in Donbass, il crollo, previsto ed evocato non c’è stato. La guerra iniziata nel 2022 ha prodotto una coesione interna difficile da ignorare, la società si è trasformata in modo radicale, l’ostilità verso Mosca è cresciuta in modo esponenziale e anche lo Stato, pur sotto stress, ha mantenuto capacità amministrative e militari che molti non ritenevano possibili. La forza, la fierezza, la resilienza del popolo ucraino hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo. La libertà e l’indipendenza non hanno un prezzo. Oggi, la paura che la sovranità possa essere barattata in un tavolo dove gli interlocutori principali sono altri è palpabile, anche perché non sarebbe il primo caso di un accordo concluso “alle spalle” dei soggetti direttamente coinvolti. Noi siamo con il popolo ucraino, dal primo giorno.

La guerra finirà, in qualche modo. Ad oggi appare chiaro che non sarà per una resa in stile 1945, né per il collasso improvviso di uno dei contendenti. Purtroppo, come insegna la storia recente, i conflitti di questa natura tendono a concludersi con soluzioni imperfette: accordi che congelano situazioni di fatto, linee di controllo, equilibri precari, oppure non si concludono affatto, e si trasformano in una condizione di guerra endemica, “a bassa intensità”, con il suo carico di morti, distruzioni, instabilità. Un documento, una firma, un annuncio non cancelleranno sofferenze, traumi, devastazioni.

Nell’ultimo incontro di un paio di giorni fa, Papa Leone ha continuato a parlare di «una pace giusta e duratura» ma il suo riferimento alla questione dei prigionieri di guerra e alla necessità di assicurare il ritorno dei bambini ucraini alle loro famiglie fa capire come non si tratti solo del silenzio delle armi.

Certo, un passo alla volta, prima la fine dei bombardamenti, dopo una ricostruzione che dia merito all’immane sacrificio di un popolo che ci ha consegnato una straordinaria lezione di dignità. Per quanto dci riguarda, eravamo lì dal primo giorno e siamo ancora qui, dalla parte giusta della storia. Dalla parte dell’Ucraina.

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