Fondazione Marisa Bellisario

COP30: PROMESSE O SVOLTA PER IL CLIMA GLOBALE?

di Anna Rita Germani*

Il 10 novembre si è aperta a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, la trentesima Conferenza delle Parti (COP) dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) che proseguirà fino al 21 novembre. A trentatrè anni dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro del 1992, che diede origine alla governance ambientale globale, i leader mondiali tornano in Brasile per discutere del futuro del clima proprio nella regione simbolo della biodiversità planetaria. Il vertice segna anche due anniversari chiave della diplomazia climatica: vent’anni dall’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto e dieci dall’Accordo di Parigi, pietre miliari di un cammino ancora incompiuto verso la decarbonizzazione. Oltre 190 delegazioni e l’Unione Europea si confrontano in un contesto geopolitico inedito: la sospensione della moratoria sulla soia in Brasile, il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e la crescente polarizzazione internazionale. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha definito questa la “COP della verità”, quella del passaggio dalle parole ai fatti. Ma il quadro non è incoraggiante: solo 113 Paesi hanno presentato nuovi piani climatici nazionali e le traiettorie emissive delle principali economie restano incompatibili con l’obiettivo di contenere il riscaldamento entro 1,5°C.

Belém raccoglie l’eredità della COP29 di Baku, con tre grandi dossier ancora aperti: i) rendere finalmente operativo l’obiettivo globale per l’adattamento (Global Goal on Adaptation, GGA), che serve a misurare come i Paesi si preparano agli impatti climatici; ii) definire in modo concreto il nuovo obiettivo di finanza climatica (New Collective Quantified Goal, NCQG), cioè quante risorse economiche i Paesi sviluppati dovranno mobilitare ogni anno per sostenere quelli più vulnerabili; e iii) attuare il primo Global Stocktake, la verifica collettiva dei progressi compiuti nell’attuazione dell’Accordo di Parigi. Sul fronte della mitigazione, i piani climatici nazionali (National Determined Contributions – NDCs) mostrano divergenze profonde: la Cina propone obiettivi modesti, l’UE arriva divisa e priva di un piano climatico formale, mentre Paesi come Brasile e Regno Unito rilanciano ambizioni più forti. Il cuore della conferenza resta però la finanza climatica. Il vertice di Baku del 2024 si era chiuso con l’impegno di mobilitare 300 miliardi di dollari entro il 2035 dai Paesi più ricchi a quelli in via di sviluppo e con l’avvio di una roadmap “da Baku a Belém” per capire come arrivare a 1.300 miliardi di dollari l’anno, integrando finanza pubblica e privata e privilegiando strumenti che non aggravino il debito dei Paesi più vulnerabili (i.e., sovvenzioni e prestiti a condizioni vantaggiose).

Ma al di là delle cifre e dei meccanismi finanziari, il simbolismo amazzonico attraversa questa COP: per i popoli indigeni, il cambiamento climatico non è un grafico ma una ferita. Da qui nasce la Mutirão Global, concetto mutuato dalla popolazione indigena, che indica un momento in cui una comunità si unisce per lavorare insieme a un obiettivo comune. La presidenza brasiliana la propone come simbolo e metodo della COP30: una mobilitazione condivisa per affrontare insieme una sfida planetaria, la prima a tentare di costruire un’infrastruttura della fiducia attraverso una partecipazione diffusa.

Crescono, nel frattempo, le richieste di riformare il negoziato climatico: il metodo del consenso, che permette di fatto anche a un solo Paese di bloccare un accordo, rallenta l’azione collettiva. Sempre più Stati chiedono di passare a voti a maggioranza qualificata e a conferenze più snelle e operative. Ma la riforma più profonda è concettuale: occorre superare la logica delle compensazioni – quelle degli offsets e del carbon pricing – per adottare un approccio di investimento sistemico in cui innovazione tecnologica e tutela degli ecosistemi siano parte di un’unica strategia di trasformazione.

Riuscirà la COP30 a gettare le basi di un nuovo paradigma di cooperazione globale, capace di coinvolgere governi, imprese e società civile in un’unica visione condivisa? La conferenza di Belém deve trasformare la narrativa della transizione, da costo inevitabile a leva di sicurezza, crescita e benessere. Nel cuore dell’Amazzonia, la COP30 ci ricorda che l’economia, come la foresta, non è un sistema chiuso in equilibrio, ma un organismo vivo che prospera solo se rigenera ciò che consuma.

*Professoressa di Economia Politica, Sapienza Università di Roma

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