di Anna Rita Germani*
La COP30 di Belém doveva essere la “COP della verità”, il momento in cui la comunità internazionale avrebbe tradotto le promesse in azioni concrete ma l’esito finale restituisce un quadro più complesso. Più che un passo avanti, questa COP ha rivelato le contraddizioni profonde dell’economia globale: forti asimmetrie di potere, dipendenza strutturale dai combustibili fossili, competizione geopolitica e crescente pressione estrattiva su territori e comunità. La scomparsa, all’ultimo minuto, della parola roadmap e di qualsiasi riferimento a un phase-out dei combustibili fossili non è stato un incidente tecnico, ma la rivelazione di un vincolo strutturale: la dipendenza delle economie globali dal petrolio, dal gas e dal carbone rimane economicamente e politicamente dominante.
Da un punto di vista economico, COP30 ha certificato una realtà: gli attuali strumenti considerati tradizionalmente centrali – carbon pricing, mercato dei permessi negoziabili, tasse ambientali – rimangono deboli, frammentati, spesso politicamente impopolari, disomogenei tra paesi e non sono sufficienti a modificare la traiettoria energetica globale. La loro capacità di incidere sul comportamento di imprese e consumatori, pur teoricamente solida, è nei fatti neutralizzata dal peso degli interessi degli oligopolisti dei combustibili fossili e dal contesto macroeconomico (inflazione, crisi energetiche, guerre, sicurezza degli approvvigionamenti). La crisi climatica non è un’inefficienza correggibile con segnali di prezzo: è una crisi di produzione, distribuzione e appropriazione delle risorse. Gli strumenti di mercato presuppongono attori che rispondono a incentivi e Stati capaci di coordinarsi. In questo scenario, il richiamo al mutirão – il lavoro collettivo delle culture indigene brasiliane basato su cooperazione e responsabilità condivisa – è stato uno degli elementi simbolicamente più forti della COP ma nessun mutirão può emergere da un insieme di attori che, lungi dal cooperare, competono per estendere la propria quota della frontiera energetica ed estrattiva.
Accanto alle dinamiche politiche, è emerso anche un nodo economico fondamentale: quello distributivo. Le emissioni di gas climalteranti sono storicamente concentrate nel 10% delle economie più ricche del mondo e, ancora oggi, le differenze pro-capite rimangono profonde. Ciò rende complesso definire criteri equi per mobilitare risorse e responsabilità. È una questione economica prima ancora che politica, perché riguarda la distribuzione dei benefici dell’attuale modello di crescita (e di sviluppo) e di chi ne sopporta i costi. Senza affrontare questa dimensione, qualsiasi governance climatica resta fragile.
Un altro elemento rilevante emerso a Belém è stato lo spostamento dell’attenzione dalla mitigazione all’adattamento climatico. Triplicare i fondi per l’adattamento climatico entro il 2035 rappresenta un impegno significativo, ma segnala anche che il limite di 1,5°C è ormai fuori portata e che la crisi procede più velocemente della capacità negoziale degli Stati. È un riconoscimento implicito delle difficoltà di trasformare le strutture produttive su cui si regge l’economia globale. L’adattamento è necessario, ma rischia di diventare il fulcro dell’azione climatica, sostituendo la prevenzione e spostando l’attenzione su come gestire i danni più che su come evitarli.
In questo contesto, uno dei pochi elementi di speranza è stato il ruolo della società civile e, in particolare, dei popoli indigeni. Le loro mobilitazioni hanno ottenuto risultati concreti (come la demarcazione di nuovi territori in Brasile) ma la loro influenza rimane più simbolica che strutturale. In definitiva, COP30 non ha segnato quella svolta che si sperava ma ha fornito una diagnosi chiara: la crisi climatica richiede trasformazioni economiche profonde, non aggiustamenti marginali. La governance internazionale rimane, infatti, imprigionata in strumenti e logiche che non riescono a incidere sulle cause strutturali della crisi. La sfida è ripensare istituzioni, modelli produttivi e forme di cooperazione oltre le categorie tradizionali, recuperando, forse, lo spirito autentico del mutirão: non un simbolo, ma un principio operativo fondato sulla responsabilità condivisa e sulla cura dei beni comuni.
La battaglia per il clima è ancora lunga!
*Professoressa di Economia Politica, Sapienza Università di Roma
