di Benedetta Cosmi*
Caro Ferruccio, tu indichi (senza accorgertene) cosa serve per essere ancora «la Milano che cambia però resta se stessa nell’anima». Lo fai col tuo «Ti amo ma non mi piaci più» sul settimanale del Corriere della sera in edicola il venerdì (Sette, del 7 novembre). Ti dico subito che è successa una cosa grave: ci siamo scordati di passare ai nuovi milanesi «l’understatement meneghino», perché a quello formava la professione e la propria azienda. Oggi senza «tute blu» Milano si è tolta anche la cravatta. L’understatement faceva parte del kit di ogni lavoratore, era disponibile in ogni famiglia, in un ogni impresa. L’hai rappresentata bene.
«L’educazione sentimentale di questa città, che proibisce di apparire troppo e anche di lamentarsi più di tanto. Una sua regola antica, frutto della saggezza popolare ma anche di un tratto elegante e peculiare della cittadinanza ambrosiana venuto sciaguratamente meno negli ultimi tempi».
Noi dovremmo solo dire: voi venite a Milano perché vi piace. Un tempo si veniva a Milano e si finiva per amarla senza che piacesse mai del tutto.
Ti do un’altra unità di misura per capire come riportare Milano ad essere Milano e non Firenze e Roma.
Le file non sono espressione di successo di una manifestazione: sono inefficienza.
Questa è Milano.
La crisi del mondo del lavoro ha interdetto la storia della città, dobbiamo curare le ferite, quelle che portano i giovani lavoratori, autonomi, respinti nelle loro Partite Iva, non sempre per scelta, ma perché per due pensionati che escono, sì e no, ne entra uno, persone che creano piccole startup non solo per caparbietà ma perché le grandi aziende non fanno la loro parte, in primis sostenere gli alti rischi di sperimentare e mettere nelle posizioni apicali le generazioni successive, stipendi che devono essere alti per rispetto verso se stessa. La dignità degli operai non si insegna su Onlyfans e Tik Tok. Eppure per sopravvivere a Milano è facile che diverse persone si formino su quelle “performance”.
La crisi dell’impresa tradizionale ha impoverito di capitale umano, di cittadinanza, ma la risposta non è la fuga, è coinvolgere intorno a quell’understatement (che ti sembra erroneamente meno necessario quando lo è più di prima) gli ultimi arrivati, anzi, di passaggio.
Come si diventa ceto abbiente, ceto medio? Meno eventi e più assunzioni. Meno sponsorizzazioni e salari più alti. Non illudiamoci: lavorare meno è consumare di più. Milano la città dei «consumatori» finirebbe presto, Singapore ha tutto più grosso, Roma più bello, Parigi più luccicante, Dubai più alto, Shanghai più veloce.
Milano ha l’understatement meneghino, «l’educazione sentimentale di questa città, che proibisce di apparire troppo», è il lavoro.
Ah, non ha i soldi del Pnrr che ci sono da Roma in giù! Nonostante fossero nati per via della Lombardia colpita dal COVID. Quindi, non giudicate troppo male la città, è sotto una concorrenza drogata che fra poco terminerà, e qui si saprà fare come sempre. L’importante è non disperdere le qualità.
Meno stile influencer e apparenza, più «milanesità» grazie. I cortili per il fuorisalone erano un modo elegante per offrirsi con generosità e garbo, una restituzione. Ne avevamo parlato lo scorso anno di queste pagine. Se vedete file, diffidate dalle imitazioni. A Milano non possono esserci scale mobili ferme. (È questo che non piace non lo skyline). Chi sta sabotando l’efficienza?
«Nessuno tocchi Milano», perché non è solo una città è una condotta e chi l’ha scelta questo vi cerca, non cerca altro che questo, l’understatement, la sobrietà, che può avere anche colori accesi (come con stilisti e insegne), ma con la dedizione, l’impegno, il lavoro, che protegge da tante altre paranoie di cui il tempo libero non è immune. Spesso c’è chi ne vorrebbe di più non potendo chiedere aziende più serie. Carriere più stimolanti o perlomeno meglio pagate. Far parte di qualcosa di grande, di senso.
Milano ha bisogno, come tutti, di chi la ama quando è giù di corda. Sicuramente non la lasceremmo mai nel momento del bisogno. Adesso che per la prima volta ha bisogno.
Caro Ferruccio penso, che il tuo o il mio se preferisci, fosse «ti amo anche quando non mi piaci», che vuol dire “che vediamo la nostra città, che soffriamo insieme a lei, che la vorremmo più ordinata perché ai nostri occhi i sacchetti dei locali esposti per strada difronte i tavoli dei ristoranti non è decoro. Una ringhiera di ferro abbattuta per sei mesi difronte piazza Duomo non dobbiamo tollerarla (caso reale ma con lieto fine) per la teoria dei vetri rotti. Alla Statale, per le Voci degli Alumni, coi suoi tratti caratteriali, l’abbiamo trovata in forma”. Milano sei tu, siamo noi.
Quando a un milanese non piace Milano vuol dire che farà di più per la sua città. Questo è essere cittadini.
*Scrittrice, opinionista Corriere della sera
