di Giulia Catricalà*
La cultura dominante esalta il tormento maschile e medicalizza quello femminile
C’è un gap anche nel mito. E non si tratta di uno scarto teorico o accademico, ma di qualcosa che riguarda il modo in cui, fin da subito, riconosciamo o non riconosciamo la scintilla nei versi, nelle opere, nei dipinti.
Ma soprattutto il modo in cui scegliamo di ridurre l’intera opera di un genio a un tratto della sua personalità, a un episodio della sua gioventù o addirittura a una parte del suo corpo.
Alejandra Pizarnik, la brillante poetessa argentina chiamata da tutti maldita, è stata in primis una somma di etichette: la ragazza insonne, la ragazza con l’acne, la ragazza che lottava con il peso.
I poeti maledetti di sesso maschile, invece, sono stati riconosciuti come oracoli indiscussi, destinati a diventare simboli di ribellione e precocità, celebrati per le loro crisi senza che ne fosse indagata l’origine medica.
Pizarnik, voce in grado di misurare l’estensione dell’alba, e tante altre come lei (basti pensare alla follia “primaverile” di Alda Merini, al suo rifiuto del compromesso e delle ipocrisie del suo tempo) si sono viste confinate nella dimensione del disagio psicologico, ridotte a caso clinico piuttosto che a voce profetica.
Un doppio standard che racconta più della cultura dominante che delle poetesse in questione: il dolore maschile infatti è mito, quello femminile è tabù, censura o, peggio, scandalo.
Questa disparità non nasce da un’incapacità di riconoscere il talento, ma da un sistema culturale che da sempre ha raccontato la sofferenza maschile come tratto eroico, come destino ineluttabile, mentre quella femminile come debolezza, isteria o malattia da curare.
L’eroe si spezza, l’eroina impazzisce: Medea, oscuramente tragica, è nell’immaginario comune emblema di efferatezza, rancore e crudeltà.
A Edipo, d’altro canto, si perdona l’incesto e l’omicidio del padre, perché la sua tragedia è segnata dal destino e dall’inconsapevolezza.
Così Edipo diventa mito, Medea mostro.
Da questo punto di vista il mito appare quasi come una narrazione selettiva, costruita con metodo e omissione.
E si può dire lo stesso della poesia. Il fascino di certe figure femminili, infatti, segue dinamiche ingiuste e ineluttabili: Alda Merini è rimasta invisibile per mezzo secolo, fino a quando la sua figura è diventata abbastanza pittoresca da poter essere digerita o, meglio, cannibalizzata da un certo pubblico televisivo. E anche allora, anche in quel morboso spazio di notorietà, era sempre la “poetessa pazza”, la mistica sui Navigli, la donna che rideva, posava nuda e parlava con i morti.
Pizarnik era nota per la sua indole incline agli eccessi e alla sregolatezza, sempre sul filo della vertigine e dell’oblio, ma ci sono voluti decenni affinché venisse illuminata quella sofisticata indagine sulla solitudine e sul disfacimento dell’Io che la rendono un mito della letteratura mondiale, al pari di Montale.
C’è, ancora una volta, una soglia invisibile tra il poeta e la poetessa, tra chi può scrivere dell’abisso e chi, se vi si avvicina troppo, rischia di esserne inghiottita e squalificata.
La vera maledizione, quindi, non è nelle poetesse, ma nello sguardo giudicante di chi modera il dibattito culturale, nell’ottica iper-diagnostica e sessista che ci nega alcune delle più grandi voci della poesia o ce le fa conoscere troppo in ritardo.
Fernanda Romagnoli, stiamo pensando anche a te.
*Giornalista e scrittrice
