Nel giorno in cui più di tutti si parla di parità di genere, inevitabile fare un’analisi e un bilancio negli ambiti più disparati. E tra tanti dati noti, uno lascia un po’ sorpresi. La scuola, infatti, è notoriamente uno degli avamposti femminili, uno dei pochi ambiti in cui le donne hanno superato gli uomini, tanto da far parlare di “quote azzurre”. Eppure, ancora una volta non si sfugge alla regola aurea della disparità di genere: più sali i gradini della carriera, più la presenza femminile diventa come il fumo che si alza in cielo, diradandosi sempre più.

Ed ecco, allora, che quando si approda all’Università, le donne ritornano a essere appena il 22% dei professori ordinari. Le cose vanno leggermente meglio se si passa al gradino successivo, quello dei professori associati. Tra questi, le donne arrivano a conquistare più poltrone: una su tre, il 37% del totale. Ma se si scendono i gradini della carriera accademica e si approda tra i ricercatori, ecco che la parità torna a essere a portata di mano con 48 donne e 52 uomini. Anche se tra i nuovi ricercatori a tempo determinato le donne tornano al 43%.
Considerando tutte le figure – ordinari, associati e ricercatori – le donne si fermano al 37 per cento. Ancora troppo poche per un Paese che ambisce a un posto di rilievo in ambito europeo.
All’estero, le cose vanno diversamente. Tra i docenti universitari, solo la Finlandia ha raggiunto l’equilibrio perfetto tra i sessi: 50 e 50. Ma in diversi Paesi – Norvegia, Regno Unito, Portogallo e Svezia – la parità è a portata di mano, perché le donne in cattedra oscillano tra il 44 e il 45%. L’Italia, con il suo sistema universitario quasi impermeabile alla presenza femminile ai livelli più alti, è al terzultimo posto, seguita soltanto da Svizzera e Grecia.