di Ornella Del Guasto

Tsai Ing-wen, leader del partito Democratico Progressista (Dpp) il 16 gennaio è stata eletta nuovo presidente di Taiwan. Sconfitto il Kuomitang ( Kmt), il partito dei poteri forti e delle grandi aziende che per oltre 30 anni, senza pause, ha controllato l’isola. Nelle elezioni anche il Dpp ha conquistato la maggioranza in Parlamento, un altro risultato imprevisto che non mancherà di avere forti implicazioni in politica interna ed estera. Infatti la svolta è clamorosa, scrive The Economist: dal 2008 il presidente uscente Ma Yyng-jeu aveva avviato il progressivo riavvicinamento alla Cina tanto che i due paesi erano riusciti a firmare 23 accordi tra cui uno parziale di libero scambio e l’accidentato percorso, aveva trovato il suo culmine lo scorso novembre con l’incontro tra Ma Yyng e il presidente cinese Xi Jining. Ma negli ultimi 4 mesi, Tsai Ing-wen in tutti i sondaggi è risultata sempre in vantaggio e adesso, con questo voto, l’obiettivo cinese di una riunificazione politica è fallito.

La campagna elettorale di entrambi i partiti è stata incentrata soprattutto sull’economia, sempre più precaria: nel 2015 la crescita è stata dell’1%, inferiore a quella del 2014, i salari sono fermi, la disoccupazione giovanile è inarrestabile, molti tawanesi non sono in grado di acquistare una casa e Taipei è una delle città più care del mondo in rapporto agli stipendi. L’insieme di questi dati hanno intaccato la reputazione di competenza economica del Kuomitang che esce dalle elezioni umiliato dopo decenni di dominio sull’isola. Il fatto è che i tempi sono cambiati: nel 1992 il 18% degli isolani si riteneva taiwanese e il 46% sia taiwanese sia cinese, oggi solo il 34% si sente di appartenere ad entrambe le culture mentre si definisce taiwanese il 59% dei cittadini, soprattutto i giovani tra i 20 e i 29 anni. All’inizio del 2014 gli studenti avevano occupato il Parlamento per impedire un possibile accordo con la Cina e, considerando la crescente volontà di affermazione di Pechino sulla regione, la situazione attuale potrebbe diventare incandescente. La Cina pretende che Tsai riconosca il “consenso del 1992” ( una formula con cui Pechino e il Kuomitang hanno accettato l’esistenza di un’unica Cina anche se sono ancora in disaccordo su cosa significhi nella pratica), Tsai Ing-wen ha invece rifiutato il riconoscimento più volte nonostante nel dibattito presidenziale prudentemente non l’abbia esclusa come “opzione”. La neo Presidente è un’avvocata di formazione inglese, esperta di commercio internazionale e poco incline a difendere il nazionalismo taiwanese. In passato ha più volte rassicurato USA e Cina di voler mantenere lo status quo e di volersi muovere con cautela, ma deve fare i conti anche con gli estremisti del suo partito che spingono per l’indipendenza formale mentre Xi Jinping potrebbe risentire della pressione dei militari cinesi che sostengono che la Cina si sta dimostrando troppo paziente con Taipei. Finora Taiwan non ha contrastato le rivendicazioni della Cina sul mar cinese meridionale ma se il nuovo governo si dimostrasse troppo indipendente la Cina potrebbe risentirsi. Il momento quindi è delicato e molto pericoloso.