Indagine Eurofound-Ilo sul lavoro a distanza. Nella Ue media del 17% ma con forti differenziazioni tra i Paesi.
A rivelarlo è uno studio promosso da Eurofound e dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro, che mette a confronto i Paesi dell’Unione Europea con altri Paesi nei quali lo smart-working è già molto diffuso, tra i quali gli Stati Uniti e il Giappone. Le percentuali di diffusione del lavoro a distanza affidato alle nuove tecnologie variano moltissimo, passando dal 2 al 40% dei lavoratori dipendenti. L’Europa si attesta su una media del 17%, con l’Italia fanalino di coda, preceduta da Grecia, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo e Germainia. In testa invece Danimarca (intorno al 37%), Svezia, Paesi Bassi, Regno Unito, Lussemburgo e Francia.
Un posizione stigmatizzata dalla ricerca, che ricorda le posizioni dei sindacati, includendosi le nostre confederazioni Cgil, Cisl e Uil: la flessibilità nel lavoro, la possibilità di potersi organizzare con orari non rigidi sicuramente favorisce la gestione della famiglia e le amicizie. Per l’Italia, un Paese che sta invecchiando rapidamente, si cita anche la necessità per molti lavoratori di prendersi cura dei genitori anziani. Una legge in effetti giace in Parlamento: è tra quelle che per il momento sono state “dimenticate” dopo le dimissioni di Renzi a favore di questioni ritenute più urgenti.
Del resto anche la media europea non è esaltante. È vero che si parla di un 17% di lavoratori a distanza però per il 10% si tratta di un’attività occasionale, che si alterna a quella tradizionale in ufficio. Solo il 3% lavora da casa, per il resto si tratta di smart-working su base regolare.

Nel resto del mondo ci sono situazioni molto diverse: in Giappone viene incoraggiato il lavoro da casa per ridurre gli spazi negli uffici. Nelle grandi città brasiliane si è considerato il telelavoro per risparmiare ai lavoratori tempi di spostamento che sono lunghissimi, possono arrivare anche a un’ora e mezzo in città gigantesche come San Paolo. Negli Stati Uniti la percentuale di telelavoro e smartworking è arrivata al 37%. Anche la partecipazione di uomini e donne è differente, e dipende dal Paese. Ci sono Paesi con percentuali di genere molto simili come la Germania e l’Ungheria. Altri come il Regno Unito, la Francia o la Svezia dove invece il telelavoro è molto più diffuso tra gli uomini che tra le donne.
L’indagine cerca anche di rispondere alla domanda se lo smartworking sia un bene o un male per i lavoratori. I dati sono pochi, però per esempio negli Stati Uniti è stato accertato che il 78% delle ore di lavoro in più tra il 2007 e il 2014 sono da attribuire al lavoro da svolto da casa. Inoltre da un sondaggio emerge che tra coloro che lavorano per più di 60 ore a settimana si riscontrano altissime percentuali di smartworker. Sono dati che non sono sfuggiti ai promotori della legge italiana sul lavoro agile, che infatti fissa paletti precisi sull’orario di lavoro. I “telelavoristi” lavorano anche molto durante il weekend, in Giappone circa il 30% lavora 6 o 7 giorni a settimana. Solo il lavoro notturno si salva: è inusuale sia per chi lavora in modalità remota che per chi lavora in ufficio.
Però poi c’è il lato positivo: in Francia l’84% dei telelavoratori ha dichiarato di avere maggiore libertà nella gestioen del proprio orario di lavoro e l’88% nota un miglioramento nel bilanciamento tra vita privata e professionale. Per cui lo smartworking di per sé non è certo un male per il lavoratore: l’importante, conclude la ricerca, è evitare un sovraccarico di lavoro. Anche perché, quasi sempre, si tratta di lavoro non pagato. Allo stesso tempo, lo smart working è da incoraggiare in tutti quei contesti in cui favorisce l’autonomia