Di Ornella del Guasto
Il 28 dicembre Corea del Sud e Giappone hanno raggiunto un accordo definito storico, hanno scritto il magazine politico The Diplomat e la stampa internazionale, perché dopo decenni ha cercato di comporre la questione delle cosiddette “donne di conforto”, cioè delle donne che durante la Seconda Guerra mondiale furono costrette a diventare schiave sessuali dell’esercito imperiale giapponese. La cerimonia è stata formale: dopo molti incontri di lavoro che si sono protratti per mesi, il premier Shinzo Abe si è scusato ufficialmente per le sofferenze causate alle vittime e comunicato che il governo di Tokio finanzierà un fondo da 8,3 milioni di dollari per risarcire quelle di loro ancora in vita. In cambio Seul si impegna a considerare conclusa la questione ma il Governo coreano non si aspettava però le reazioni interne, più numerose del previsto, tra cui quelle di molte delle 46 donne sopravvissute. Una di loro, Lee Yong-soo, ha anticipato che ignorerà l’intesa “perché – ha detto- non è il denaro che ci interessa. Le scuse del Giappone non corrispondono al riconoscimento ufficiale della sua responsabilità”.
Ma ancora più categorico e agguerrito è il Consiglio coreano creato per proteggere le vittime sessuali che ha accusato Seul di aver concesso troppo e ottenuto troppo poco, per cui l’accordo può essere definito solo un’umiliante azione diplomatica. Infatti l’aspetto spiazzante è stata l’assenza delle dirette interessate al tavolo del negoziato. Anche Amnesty International ha protestato sostenendo che le donne non possono essere svendute con un accordo che è più di opportunità politica che di giustizia “. Anche la società sudcoreana in maggioranza è con loro tanto che il vice ministro degli Esteri Lim Sung-nam ha cercato di mediare e incontrato le donne che hanno denunciato di non essere mai state consultate durante le trattative, cercando di rassicurarle sul fatto che la priorità del Governo è garantire loro un trattamento degno. Al centro delle critiche in particolare il passaggio nel testo in cui il Governo riconosce il disappunto di Tokio per una statua dedicata alle “donne di conforto” eretta davanti all’ambasciata giapponese di Seul, che lascia implicitamente intravvedere la sua possibile rimozione. Ma è stata tale l’ondata delle proteste che l’Esecutivo si è affrettato a comunicare che la statua è stata un’iniziativa di privati cittadini e quindi il Governo non può fare nulla. “E’ il simbolo della nostra memoria “ ha denunciato il Consiglio coreano. Le proteste delle donne sono state affiancate dai partiti di opposizione, dagli studenti e dagli storici secondo cui: “se il Giappone vuole liberarsi dal peso di questa responsabilità, in base al diritto internazionale, deve riconoscere i fatti, indagare, scusarsi, risarcire le vittime, commemorarle e punire i responsabili”. Le “donne di conforto” durante la Guerra furono reclutate anche in Cina e nelle Filippine e dopo l’accordo con Seul si sono mosse anche Taiwan e Pechino perché il Giappone si assuma le proprie responsabilità.