Riduzione dei requisiti contributivi per le donne con figli che intendono accedere all’Ape social (l’anticipo pensionistico che permette il ritiro a 63 anni, senza costi per il lavoratore) riconosciuto ad alcune categorie svantaggiate. È quanto ha proposto il Governo al tavolo con i sindacati sulla cosiddetta “fase 2” delle riforma previdenziale.

In pratica, l’ipotesi di lavoro dell’Esecutivo sulle donne si basa sul riconoscimento del lavoro di cura ai fini previdenziali con uno “sconto” di 6 mesi per ciascun figlio, per un massimo di 2 anni. Quindi invece di 30 anni di anzianità contributiva per l’accesso all’Ape social, come previsto ora, si passerebbe a 28 (da 36 a 34 anni in caso di aggancio all’Ape legato ad attività gravose), sempre che si siano già compiuti i 63 anni di età.

La proposta di fatto oltre ad allargare un po’ le maglie del pensionamento anticipato, bilancerebbe anche l’attuale disparità nelle domande di accesso all’Ape social: il governo stima un ampliamento della platea e un possibile aumento dall’attuale 29% delle domande delle donne a un 40%. Quanto alle risorse da mettere sul piatto, però, il governo continua a tenere per ora le carte coperte, anche se avrebbe garantito un aumento dei finanziamenti. I sindacati però non sono soddisfatti: resta infatti fuori dal perimetro il lavoro di cura e di assistenza familiare. I sindacati hanno sempre chiesto invece di riconoscere oltre alla maternità il lavoro di cura; inoltre hanno sempre sottolineato la necessità di un intervento che riconosca il valore della maternità a tutte le donne.