La storia di Paola è di quelle che pone tante domande. Perché mentre ci si batte per garantire il welfare aziendale, per risolvere il problema della conciliazione, per avere più donne ai vertici e più ragazze nelle materie STEM, per sconfiggere il gap salariale e di genere, leggere che ci sono ancora donne costrette a morire sui campi per poco più di due euro all’ora è un salto troppo arduo da compiere…

Paola saliva su un autobus alle due di notte: 172 i chilometri per arrivare ad Andria. Poi, dieci ore di lavoro massacrante nei campi, sotto il sole cocente o la pioggia. Alle sei di pomeriggio era di nuovo a casa: 27 euro il frutto giornaliero di quella fatica disumana. Pochi ma necessari per mandare avanti la famiglia, un marito, i figli.
Il 13 luglio del 2015, la fatica e il caldo hanno avuto la meglio e Paola si è accasciata sulle zolle, il cuore fermo. Ieri, è stata fatta giustizia con l’arresto di sei tra le persone che sfruttavano lei e altri 600 braccianti. La Procura di Trani ha scoperto un sistema di assunzioni irregolari attraverso un’agenzia interinale. Contratti e buste paga all’apparenza regolari, ma salari non corrispondenti a quelli riportati nei documenti ufficiali. Un meccanismo di moderno caporalato architettato per sfuggire ai controlli. In carcere sono finiti il direttore e due impiegati di un’agenzia che tra giugno e settembre 2015 ha reclutato per il lavoro nei campi 7.524 braccianti. Quasi 950 giornate di lavoro di quei braccianti non sono state contabilizzazione, 200 mila euro dei loro salari sarebbero finiti nelle tasche degli indagati e ben 55 mila euro di contributi non sono mai stati versati nelle casse dell’Inps.
Dipanare la matassa non è stato facile per gi investigatori: in mezzo l’omertà e la paura dei braccianti, uomini ma soprattutto donne.
«Se gli fai la guerra perdi perché il giorno dopo non vai più a lavorare», ha detto tra le lacrime una di loro. Molte delle braccianti sono mogli di ex lavoratori dell’Ilva e il loro misero salario è diventato l’unica forma di sostentamento della famiglia. Ai magistrati hanno raccontato che «nessuno mai in passato si è permesso di ribellarsi, tutti sanno che il sistema è questo». E quando una bracciante si è lamentata della sua busta paga, dalla quale mancavano alcune giornate di lavoro, le è stato detto che lo sapeva e che non doveva lamentarsi. «E nessuna ha più parlato».

L’operazione condotta da finanza e polizia è stata chiamata «Paola» perché ha preso le mosse proprio dalla morte della bracciante di San Giorgio Jonico. E quella tragedia ha dato anche l’input all’approvazione, nell’ottobre del 2016, della legge anticaporalato. «Se solo fosse stata approvata prima…», ha detto qualche tempo fa il marito di Paola.
Serviva una legge ma serve anche una battaglia, perchè su diritti elementari come questi non si negozia. E nel 2017 una donna non può più morire nei campi, morire di fatica e sfruttamento, morire perché donna.