In Libano le donne non sono una minoranza ma quasi la metà della popolazione eppure i loro diritti continuano a essere sistematicamente ignorati, e la loro voce messa a tacere e la loro presenza sulla scena pubblica marginalizzata. I motivi sono di certo culturali ma la chiave per un cambiamento continua a rimanere saldamente in mani maschili. È di pochi giorni fa la notizia che il Parlamento libanese ha bocciato il sistema delle quote di genere per garantire una più equa rappresentanza femminile. Che potrebbe sembrare una notizia non eclatante se non fosse che attualmente nel Parlamento libanese le donne sono il 3.1% dei deputati (4 su 128 seggi, in discesa dai 6 nei 2005 mentre la media mondiale è del 23.3%) e il 3% dei Ministri. Il problema dunque esiste. Se in Paramento la presenza di donne continuerà a essere così marginale è improbabile che il Paese prenderà la via della modernità e, soprattutto, assumerà decisioni che migliorino la vita della metà della popolazione: le donne. Eppure, diciassette anni fa, il Libano ha firmato la convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) delle Nazioni Unite. E ha – o meglio avrebbe – ufficialmente accettato di “incorporare il principio di uguaglianza tra uomini e donne nell’ordinamento giuridico, abolire tutte le leggi discriminatorie e adottare quelle appropriate che vietino la discriminazione contro le donne”. Ma studi accademici suggeriscono che quando la presenza femminile in Parlamento scende al di sotto del 30%, non c’è una massa critica-per formare blocchi decisivi e influenti. E per cambiare le cose.

Cosa succede nel mondo arabo

Nel frattempo, nell’area relativa agli Stati Arabi, la partecipazione femminile alla sfera parlamentare appare in crescita, anche se Medio Oriente e Africa del Nord risultino ancora contesti deficitari se rapportati ad altre zone del globo. Dal 1995 a oggi, però, si è registrato un aumento della presenza femminile in Parlamento del 13,7%. Tali progressi sarebbero da imputare all’interesse diffusosi a livello internazionale nei riguardi della trasparenza e della democrazia e spesso lo strumento sono state proprio le quote di genere, che hanno favorito l’ingresso e man mano l’ascesa di componenti politiche femminili. È successo in Marocco, dove a seguito dell’aumento dei seggi riservati alle donne – da 30 a 60 –, la percentuale di donne iscritte alla Camera bassa è raddoppiata, passando dal 10,5% del 2007 al 20,5% del 2016. In Giordania, nel 2016, le donne hanno ottenuto 20 dei 130 seggi della Camera bassa (15,4%) contro i 18 seggi su 150 (12%) della precedente legislatura.

Solo luci? Non diremmo, a giudicare dal Libano ma anche da stratagemmi che sembrano più una captatio benevolentiae nei confronti dei Paesi occidentali che un effettivo cambiamento culturale verso l’inclusione femminile. E’ di poco tempo fa, per esempio, la notizia della prima riunione del Qassim Girls Council, una conferenza di discussione sul ruolo delle donne tenutasi in Arabia Saudita. Peccato che alla conferenza che discuteva sul ruolo delle donne nel Paese, non vi era traccia di donne, semplicemente erano state invitate… o meglio erano state invitate a seguire la conferenza via video, in un’altra stanza dello stesso edificio…

La strada è ancora lunga e anche lì, come in molte realtà che amano definirsi progredite, le quote sono uno strumento per correggere molte “democrazie dimezzate”