Il ruolo dei media nella diffusione di stereotipi di genere è un argomento già e spesso affrontato ma, purtroppo, senza che dalle evidenze si traggano azioni e soluzioni. Ora ci prova anche l’Europa con una relazione del Parlamento europeo adottata dalla Commissione per i diritti della donna e la parità di genere che invita gli Stati membri a monitorare la presenza e l’avanzamento delle donne nel settore dei media, che attualmente impiega oltre 1 milione persone nell’UE, ma anche ad adottare azioni concrete e a fare investimenti per risolvere il gap evidente. Last but non least, nella relazione si legge che «l’uso delle quote di genere rappresenta una rapida ed efficace misura temporanea per rivestire gli squilibri di genere della forza lavoro».

La relazione affronta con dovizia di numeri due aspetti fondamentali: la sotto rappresentazione delle donne ai vertici dell’industria mediatica e di conseguenza la distorta rappresentazione che delle donne danno i media. Due elementi che, si sottolinea, sono strettamente correlati.

I numeri e gli effetti della sotto-rappresentazione

Le donne sono il 68% dei laureati in giornalismo, ma solo il 40% della forza lavoro nel settore dei media. In molti Paesi, sono addirittura la maggioranza tra i giornalisti alle prime armi ma diventano un’esigua minoranza tra le figure senior, e sempre con una notevole divario salariale. Nell’industria dei media in Europa, le Ceo donne sono appena il 16% (22% nel settore pubblico, 12 in quello privato) e il 25% dei membri dei board. Un po’ meglio va nei mezzi di comunicazione pubblici dell’Ue, dove ricoprono il 35,8% degli incarichi dirigenziali e il 33,3% dei posti nei CdA.

Passando ai contenuti, le risultanza dello studio non sono migliori. Le donne rappresentano solo il 24% delle persone di cui si sente o si legge nelle notizie e solo il 37% delle storie provenienti da fonti di informazione online e offline è riportato da donne. Ma soprattutto, alle donne si ricorre per fornire un’opinione popolare (41% dei casi) per portare un’esperienza personale (38%) ma solo nel 17 dei casi sono interpellate in qualità di esperti o commentatori. Evidenza riscontrabile d’altro canto anche nel panorama televisivo italiano.

È evidente come questa sproporzione abbia conseguenze nella rappresentazione mediatica del genere femminile e che venga così meno uno dei compiti che l’industria mediatica deve assumersi: lo sradicamento degli stereotipi. In sostanza, secondo la relazione, i media non solo non propongono modelli positivi ma li rafforzano e rischiano di avvallare una visione della differenza di genere sempre più radicale e nociva. Da qui, il passo alla violenza di genere, sempre più sotto osservazione in tutta Europa, è presto fatto.

«I media, sia pubblici che privati – dichiara la relatrice Michaela Šojdrová – dovrebbero servire la società come quarta potenza. La loro struttura e il loro lavoro dovrebbero quindi riflettere il fatto che le donne costituiscono la metà della società. La percentuale di donne nei posti decisionali nei media è piuttosto preoccupante. Non solo questo squilibrio può influenzare il contenuto e il focus dei media, ma contribuisce anche all’ampliamento generale del divario retributivo e pensionistico tra donne e uomini».

Le raccomandazioni

Il Parlamento esorta pertanto gli Stati membri a intervenire sul tema, monitorando prima di tutto il rispetto della normativa in merito alla parità di accesso e retribuzione, costruendo anche banche dati di esperte in una serie di settori in cui le donne sono sottorappresentate e fornendo analisi disaggregate per genere che diano evidenza dei passi avanti compiuti. Ma non basta. Le autorità europee raccomandano investimenti per iniziative mirate che forniscano formazione, mentoring e opportunità di networking per le donne e che contribuiscano a mitigare «gli  svantaggi che le donne affrontano nell’accesso al lavoro nelle industrie dei media, anche a livelli decisionali».

Nella relazione si legge che «l’uso delle quote di genere rappresenta una rapida ed efficace misura temporanea per rivestire gli squilibri di genere della forza lavoro».

Infine, i parlamentari europei dedicano anche un capitolo alle molestie sul luogo di lavoro, sottolineando come metà delle donne impiegate nei media hanno subito abusi sessuali, un quarto di loro ha sperimentato atti di violenza fisica e tre quarti intimidazioni, minacce o abusi. Per arginare il fenomeno, si incoraggiano le aziende dei media a creare ambienti sicuri, ad adottare misure specifiche, tra cui la sensibilizzazione, regole interne, dure sanzioni per i trasgressori nonchè sostegno psicologico e giuridico per Vittime.