di Monica D’Ascenzo
Era il giugno 2011 quando Lella Golfo, allora parlamentere nelle fila del Pdl, salutò l’approvazione della legge sull’introduzione delle quote di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate e delle controllate pubbliche. La legge 120/2011, di cui era prima firmataria, portò con un balzo l’Italia ad essere fra i paesi più virtuosi in Europa sul tema della parità di genere ai vertici delle società. La nuova norma, che a distanza di oltre tre anni dall’entrata in vigore, non sembra poi essere così scontata, però. L’arco temporale previsto è di tre rinnovi di board, ma un emendamento circolato nei giorni scorsi voleva sostituire il termine con la fine dell’anno in corso. “Da quello che abbiamo letto il tentativo c’è stato, ma oggi sono molto tranquilla avendo avuto rassicurazioni dalla ministra Maria Elena Boschi e dal ministro Angelino Alfano che non c’è alcuna volontà del Governo di toccare la legge, anche perché le aziende si stanno adeguando e il cambiamento sta cominciando a dare anche risultati economici. Questa legge è perfetta, durerà ancora almeno fino al 2021, non ha bisogno di alcuna modifica e sta dimostrando di funzionare, lasciamola lavorare in pace!” tuona Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario e ideatrice del Premio Bellisario.

Quanto ti è costata personalmente e professionalmente la legge?
Tantissimo. Personalmente ho lasciato per strada tanti amici ma ne sono uscita anche rafforzata, è stata una lezione di vita.Professionalmente, non siedo più in Parlamento, ho perso quella scranno a cui alcuni restano attaccati per una vita intera e che invece a me è capitata per caso e ho visto solo come una straordinaria occasione per realizzare grandi progetti. Quando sono stata eletta avevo mille idee, ho presentato decine di proposte di legge, e dopo le quote, avevo ancora tanto in programma. È quello che mi dispiace di più. Sono una “donna d’azione”, voglio stare là dove mi è consentito di fare, lavorare per cambiare. Ero nel luogo dove le decisioni vengono prese e ora non ci sono più e da fuori è ancora più difficile.

Cosa vuol dire lavorare per far approvare una legge che porta un cambiamento così radicale come quella sulle quote nei cda?
Vuole dire tanta fatica e tanto lavoro. Vuol dire determinazione pura. Vuole dire capire la politica e i meccanismi parlamentari. E , senza peccare di immodestia, vuol dire anche lungimiranza. I dati che mostrano la crescita dal 5,6% a quasi il 28% di donne nei CdA; il grande apprezzamento delle aziende che oggi, ma solo oggi, plaudono a questa norma, le ricerche secondo cui l’ingresso delle donne ha ringiovanito e immesso competenze nuove nei board, sono tutti fattori che oggi mi danno ragione. Ma, credimi, nel 2009 quando ho presentato la legge, nessuno avrebbe scommesso su di me, nessuno! Quindi vuol dire anche un grandissimo orgoglio.

Quale lezione hai imparato in parlamento?
Che spesso, per raggiungere un obiettivo, bisogna correre dritti alla meta, anche da soli e se necessario e rischiando il tutto per tutto. E che le lungaggini burocratiche, i complicati meccanismi parlamentari non sono la causa del nostro immobilismo. Quando c’è la volontà, anche una piccola parlamentare come me, alla sua prima legislatura, può portare all’approvazione una norma d’iniziativa parlamentare (oggi la stragrande maggioranza delle leggi sono governative!) che ha cambiato il volto del nostro sistema economico.

Cosa ti aveva spinta a scendere in politica?
Sembrerà strano, oggi e in questo Paese, ma è stato il senso civico. Sin da giovane ho mangiato pane e politica e quando mi si è stata offerta l’opportunità di dare il mio contributo non potevo tirarmi indietro. Le donne e il sud sono sempre stati il mio “chiodo fisso” e sono entrata in Parlamento solo perché, dopo tanti anni di impegno sul campo, avevo ben chiare le cose da fare. Ero consapevole di tutti i rischi e ho pagato fino all’ultimo il conto della mia “schiena dritta”.

Come continua ora la tua azione a favore delle donne fuori dal parlamento?
Se possibile è diventata ancora più frenetica! Ci sono il Premio Bellisario, quest’anno alla XXVIII Edizione e con la novità del Premio Azienda Women Friendly. C’è il nostro seminario annuale Donna Economia & Potere che nel 2015 si è tenuto all’Expo, e poi ci sono decine di iniziative. A novembre, per esempio, abbiamo riunito alla Borsa italiana oltre 400 donne entrate nei CdA. E c’è la costante attività di monitoraggio della legge. Questa legge è per me come una “figlia” e come tale devo accompagnarla, sostenerla e proteggerla.

Qual è la visione da cui è nata la Fondazione Bellisario?
Quella espressa da Marisa Bellisario. «Il mio ottimismo e le mie certezze derivano da due cose: sono pronta ad affrontare cambiamenti e sfide e penso che possiamo avere un domani migliore dell’oggi, perché molto dipende da noi». In Italia, si tende con il “noi” a delegare le responsabilità, noi donne, invece vogliamo fortemente assumerle sulle nostre spalle e siamo pronte e preparate per farlo. Se diamo spazio all’impegno, al talento e alla merito, le donne giocheranno ad armi pari e potranno finalmente contribuire alla crescita del Paese.

Che Italia vorresti lasciare alle prossime generazioni?
Unita – Nord e Sud, uomini e donne, giovani e anziani – meritocratica, laboriosa, generosa, ottimista.

Cosa ti fa arrabbiare di più?
L’egoismo, la falsità, il guardare al proprio tornaconto e non avere una visione globale.

C’è un uomo a cui diresti grazie?

Più di uno. Mio padre che mi ha indicato la strada dell’impegno politico e sociale e gli uomini che da tanti anni sono vicini alla Fondazione e alle sue cause. E poi mio figlio: è anche per lasciare a lui un mondo migliore che combatto da sempre. La parità, d’altro canto, non è questione di uomini o donne ma di civiltà, democrazia e crescita. Di tutti.