Di Ornella Del Guasto

Il 20 maggio Tsai Ing-wen, studiosa di diritto e amante dei gatti, è ufficialmente diventata presidente di Taiwan. Come leader del partito Democratico progressista (Dpp) ha lottato duramente per condurlo su a una posizione più moderata allontanandolo da quelle indipendentiste, anticinesi e populiste in economia di un componente sostanziosa dei cittadini. Ma il compito del suo governo sarà tutt’altro che facile, scrive The Economist, perché dovrà affrontare l’economia stagnante (il Pil è inferiore all’1%), la popolazione sempre più anziana che sta portando al fallimento il sistema pensionistico, i giovani che non trovano posti di lavoro e il surplus commerciale fortemente sbilanciato verso la Cina con cui ha anche problemi strategici. Quando la crescita di Taiwan aveva ritmi sostenuti i governi del Kuomintang avevano l’abitudine di finanziare le industrie ma adesso, per salvare il Paese, Tsai dovrà favorire l’innovazione e gli investimenti esteri e non a caso nella composizione del suo governo all’esperienza politica ha privilegiato la competenza tecnica: ha nominato ministro della difesa Feng Shih-Kuan ex presidente di una compagnia aerospaziale, dimostrando di voler sviluppare un’industria nazionale di difesa locale e scelto come ministro dell’Economia Lee Chih-Kung esperto di energia per ridurre la dipendenza dal nucleare. Resta però la lunga, minacciosa ombra di Pechino sull’isola. La Presidente vorrebbe rafforzare i legami con l’estero, ampliando i rapporti con il sud est- asiatico e ha proposto un negoziato per un trattato di libero scambio con il Giappone. Queste iniziative hanno però fatto infuriare Pechino che, appena Tsai è stata eletta, ha prontamente ha dichiarato che la riterrà responsabile di una eventuale crisi sullo stretto di Taiwan. Durante il precedente governo di Ying –Jeou i rapporti commerciali e il turismo sino –taiwanesi sono sensibilmente aumentati (Taiwan è uno dei pochi paesi che ha registrato un surplus commerciale con la Cina) e sono molti i taiwanesi contrari a un aumento dell’influenza cinese. Tsai deve perciò barcamenarsi tra queste forze contrapposte e sta discutendo con gruppi di cittadini l’opportunità di una legge che dovrebbe vigilare sui rapporti economici e commerciali con Pechino e cerca di far digerire ai taiwanesi l’opportunità di non definire formalmente Cina e Taiwan entità separate per non suscitare i furori di Pechino che considera l’isola una provincia ribelle da recuperare. Ma ha contro non solo l’opposizione e gli ambienti vicini al Kuomintang ma anche la componente del suo partito ostile al mercato. La proposta di legge sarà discussa in Parlamento ma già stanno crescendo i critici e gli indipendentisti che non vogliono un rapporto stretto con la Cina che ha già messo le mani avanti affermando che Tsai “deve” riconoscere che Taiwan resterà legata alla Cina sia pure con un’ampia autonomia.