Di Ornella Del Guasto
La recente tragedia di Dhaka ha riacceso i riflettori sulla condizione sociale ed economica del Bangladesh. Nel 2013 nel crollo di un edificio di 8 piani, il Rana Hotel, morirono 1.138 lavoratori e più di 2.500 rimasero feriti rammenta il cinese Post Magazine. La struttura ospitava fabbriche di marchi occidentali e mise in evidenza agli osservatori internazionali quanti pericoli ci fossero nell’industria tessile bangladese. Solo un decennio fa la massa di prodotti tessili arrivavano dalla Cina considerata la “sartoria del mondo” ma man mano che in quel Paese si è innalzato il tenore di vita e la produzione manifatturiera è passata dal basso all’alto livello, il lavoro si è progressivamente spostato verso il Bangladesh.

Nel settore tessile bangladese oggi lavorano 4 milioni di lavoratori, soprattutto donne, che stanno facendo crescere il Pil del Paese a ritmi sostenuti, un ritmo però che non coincide con quello della qualità della vita dei lavoratori perché la produzione sotto la spinta dell’implacabile richiesta di abiti sempre più economici da parte delle catene di supermercati occidentali, costringe i salari a livelli tra i più bassi al mondo, perfino più bassi della Birmania dove gli operai guadagnano mediamente 99 dollari al mese. Il salario medio di un bangladese , in taka, si aggira intorno ai 68 dollari al mese, una cifra che secondo gli attivisti dei diritti umani, i sindacati e persino alcuni datori di lavoro non è sufficiente a far sopravvivere una famiglia e anzi paradossalmente, dopo il crollo del Rana Hotel gli obiettivi di produzione sono stati innalzati e gli operai costretti a lavorare per un numero extra di ore non pagate come straordinari. La loro condizione è molto dura: salario minimo, non possono fare pause per andare in bagno o bere acqua per cui molto spesso si ammalano. La maggioranza degli operai del tessile è composta da donne che arrivano a Dhaka dalla campagna ma che quando hanno raggiunto i 40-45 anni sono costrette a lasciare il posto o perché troppo vecchie o perché non riescono più a soddisfare gli obiettivi di produzione e quasi tutte soffrono di malnutrizione.
Nazma Akter, ex operaria tessile ha creato la Fondazione Awaj, che ha migliaia di iscritti, che si batte per i diritti dei lavoratori. “I consumatori occidentali – sostiene Akter – sono i responsabili di questa situazione perché quando vanno in una fabbrica dicono ‘nella fabbrica accanto mi danno il prodotto a un prezzo più basso perciò te lo compro se me lo dai a meno’. A loro non importa niente della sofferenza che c’è dietro quel prezzo. Se la gente invece cominciasse a pensare: “non devo comprare solo a buon mercato ma anche in modo responsabile” allora le cose cambierebbero, l’intera filiera produttiva cambierebbe. È per questo invece che riusciamo a sopravvivere, replicano i responsabili delle fabbriche, proprio perché il Bangladesh è in grado di realizzare una produzione di massa a basso costo, particolarmente importante oggi che il modo è in fase di recessione . Grazie al tessile, il Paese nel complesso sta uscendo dalle ultime posizioni internazionali della povertà. Semmai i nostri problemi sono altri: i disordini provocati dai sindacati e la minaccia dell’estremismo islamico”. Il responsabile della fabbrica della Viyellatex dove vengono confezionati i prodotti per il marchio Marks & Spencer insiste come le condizioni lavorative stiano invece migliorando proprio grazie alla straordinaria crescita del settore tessile:” siamo già il secondo esportatore dopo la Cina ma presto il Bangladesh sarà al primo posto”. L’operaia Bilkis Begum aveva appena 12 anni quando venne a Dhaka per lavorare. Figlia di un conducente di risciò è nata in un villaggio a cento chilometri dalla capitale e ha lasciato la scuola per aiutare i 4 fratelli più piccoli. Dal mattino alle 7 di sera cuce camice e pantaloni in una fabbrica che rifornisce marchi occidentali e vive con centinaia di operai in una baracca con il tetto di lamiera nella sterminata periferia di Dhaka. “L’orario è sempre stato lungo ma con l’età il lavoro diventa sempre più duro e mi vengono assegnati lavori sempre più difficili. In base alla legge le fabbriche possono assumere solo lavoratori che abbiano compiuto 14 anni che fino ai 18 anni non possono lavorare più di 5 ore al giorno. Per questo quando arrivavano gli ispettori mi dovevo nascondere insieme alle altre operarie minorenni” racconta Bilkis che oggi ha 17 anni. Guadagna circa 70 euro al mese ma è orgogliosa di aver aiutato per tanto tempo la sua famiglia. “Lavorerò fino a quando non mi sarò sposata, dice, dopo il matrimonio non voglio più lavorare. Voglio solo godermi la vita”.