Nel 1922 le donne americane entravano nelle fabbriche della Ford solo se single o vedove, perché Henry Ford pensava che quelle sposate dovessero dedicarsi alla famiglia. Ma il loro salario era lo stesso degli uomini: Henry era quindi piuttosto avanti con i tempi. Da allora tanta acqua è corsa sotto i ponti ma – se donne e auto è un luogo comune già sfatato, almeno ufficialmente e pubblicamente – i vertici delle case automobilistiche sono un baluardo non del tutto espugnato ma che comincia a vacillare.

A giugno la nostra Mela D’Oro a Linda Jackson, alla guida del brand Citroën, insieme a Mary Barra la donna più potente e influente del settore automobilistico mondiale. Entrata nel ’77 con uno stage alla Jaguar di Coventry, passo al gruppo British Leyland e nel 2000 si trovò alla testa della filiale francese di Rover. Nel 2004 le proposero la direzione finanziaria di Citroën Gran Bretagna fino a quando Carlos Tavares, appena nominato alla testa di Psa Peugeot Citroen, le chiese se era disponibile a venire a Parigi a dirigere la casa madre.

Mary Barra, invece, sfata ogni discorso sul gender pay gap ed è il CEO del settore automobilistico più pagato al mondo. L’amministratrice delegata di General Motors, lo scorso anno ha percepito una retribuzione complessiva di 22,6 milioni di dollari, lo stipendio più alto del settore, più del doppio di quello del nostro Marchionne (uomo!). Ma d’altronde è stata anche la prima donna ad occupare una tale posizione in una industria automobilistica a livello mondiale. Era Vicepresidente esecutivo allo Sviluppo del Prodotto Globale, Acquisti e Montaggio quando, il 10 dicembre 2013, Dan Akerson ha annunciato la sua promozione alla guida di General Motors. Anche per lei, una promozione sudata – ma non scontata – dopo aver lavorato GM per 33 anni consecutivi in quasi tutti i dipartimenti: produzione, ingegneria e fabbricazione.

La terza donna al top dell’automotive è Annette Winkler, al vertice di Smart (Gruppo Daimler), identica passione e grande efficacia.

In casa nostra, Fiat ha appena nominato Roberta Zerbi a capo del marchio Alfa Romeo in Europa. Ed è la seconda donna in Fca alla guida di un marchio dopo Antonella Bruno, che gestisce nella regione commerciale Emea (Europa e Medio Oriente e Africa) il brand Lancia. Segnali di cambiamento arrivano anche dal Giappone, dove Chika Kako è diventata Chief engineer alla Toyota, il primo caso nell’azienda e nell’intero sistema dell’automotive giapponese. E con l’arrivo della designer 34enne Michelle Christensen a capo del progetto stilistico della supercar Honda NSX, presentata in gennaio al Salone di Detroit, è caduto anche un taboo che non vedeva mai una donna a firmare il design esterno di un’auto, relegando invece le professioniste a occuparsi di interni, colori e finiture.

Al di là di questi casi eclatanti, però, la presenza femminile nelle posizioni di vertice è ancora molto limitata rispetto ad un peso delle donne-acquirenti che, come ha recentemente detto il numero uno di Nissan e di Renault Carlos Ghosn, ”controllano il 65% del potere di acquisto globale e decidono il 60% dei contratti per le auto nuove”. Mentre le donne-manager nei casi migliori – in aziende cioè come Nissan o Daimler – arrivano rispettivamente al 7% e al 13% dei posti di comando..

La palla allora sta anche e soprattutto a loro, a Mary Barra, Linda Jackson e alle donne che a quei vertici sono arrivate e alle quali spetta di spalancare le porte, creare un middle managment “misto” da cui la componente femminile possa emergere.