Al netto dei proclami, delle buone intenzioni, delle testimonianze di appoggio e fiducia all’universo femminile, all’indomani dell’8 Marzo rimangono un profluvio di dati e bilanci, tutt’altro che incoraggianti. Iniziando dalla politica, il tema più stringente in vista dell’inizio di una nuova legislatura. Nei giorni scorsi il World Economic Forum aveva lanciato il suo monito: l’Italia è al 43esimo posto al mondo per presenza di donne in Parlamento – dopo Camerun, Uganda e Burundi – e al 36esimo per donne in posizioni ministeriali. Si può fare di più, certamente ma si è fatto anche peggio di quanto questa classifica non riveli. Per esempio, ci sono voluti quasi 30 anni dalla nascita del primo governo per avere un ministro donna (Tina Anselmi nel 1976) e da allora su 1500 incarichi distribuiti in 64 esecutivi, alle donne ne sono spettati appena 78, più della metà (38) senza portafoglio. Il ministero dell’Economia e quello delle Infrastrutture e dei Trasporti non sono mai stati guidati da una donna e ben tredici esecutivi della nostra storia repubblicana sono stati solo ed esclusivamente maschili. Mai al femminile è stata la Presidenza del Senato, quella del Consiglio e della Repubblica. Lo stesso è accaduto nelle Regioni: ben 13 non sono mai state a guidate da una donna e finora contiamo 9 governatrici su 279. Certo, a pensare che nella prima legislatura le donne erano appena il 5% e che dalla scorsa hanno toccato il record del 30%, i passi avanti sono stati certamente fatti ma sono sufficienti a definirci una democrazia moderna? Soprattutto all’indomani di un’elezione in cui tutti i partiti hanno aggirato una legge elettorale che prometteva di portare in Parlamento il 40% di donne? Quando una donna va in orbita, si può pensare che ci siano ancora mestieri “da uomo”? E, soprattutto, si può immaginare che in un Paese civile i vertici siano ancora preclusi alla metà della popolazione? Si può ragionevolmente teorizzare che le donne non abbiano meriti e capacità tali da aspirare a quelle cariche? No e credo che anche il più inveterato dei maschilisti riuscirebbe a sostenerlo. E allora ci vuole volontà politica vera… Lasciamo a casa i buoni propositi dell’8 Marzo e iniziamo a fare sul serio.