“Se si vuole garantire un approccio capace di produrre conseguenze positive sul tessuto sociale, credo che il tema della parità di genere, specie in una chiave funzionale alla crescita economica, vada affrontato assecondando un preciso richiamo metodologico. Le scienze sociali sono avalutative e, nel loro essere empiriche, rappresentano una chiave interpretativa unica alle numerose questioni sul tappeto, non certo di matrice ideologica ma di problem solving. Ne scaturisce un no secco alla retorica della parità di genere fine a se stessa e un sì grande alla parità di genere come fattore realmente capace di generare cambiamento, sviluppo, evoluzione sociale.

Se si vuole porre in stretta correlazione il tema della parità di genere con quello dello sviluppo economico, occorre individuare tempestivamente parametri macro e micro economici. Quelli macro economici spaziano dalla diversa e maggiore resistenza alla crisi alla crescita sostenibile. Viceversa, quelli micro economici si concretizzano nel miglioramento del processo decisionale dentro le aziende, nelle migliori relazioni con gli stakeholders, nella maggiore valorizzazione dei talenti.

Sotto il versante più squisitamente sociologico, si tratta invece di passare dall’applicazione del paradigma del darwinismo sociale a quello dello struttural-funzionalismo, ovvero non cambiamento fine a se stesso che genera altro cambiamento, ma cambiamento che produca stabilità fino al punto di assicurare la formazione di una sorta di ‘economia delle donne’.

E ancora: adottare non solo un parametro quantitativo, che sembra essere stato privilegiato nella rappresentazione dentro lo spazio pubblico mediatizzato (per dirla con Thompson) del riequilibrio di genere, ma anche e soprattutto uno di tipo qualitativo. Più opportuno e in linea con la complessità postmoderna.

La mia proposta è di seguire la logica del più e non quella del meno: più completezza, più ricchezza di visioni, più competenze, più visibilità e più approcci metodologici, oltre che naturalmente più opportunità. Serve una rivoluzione del buon senso in questa oscillazione continua fra la rivendicazione di uguaglianza e l’affermazione di differenze. Perché’ di questo in fondo si tratta, come dimostra l’esperienza significativa della cosiddetta Legge Golfo e la sua positiva applicazione.

Nella grande dicotomia ‘natura e cultura’ vanno ricercati alcuni punti fermi. Talcott Parsons sosteneva che la divisione dei ruoli resta fondamentale nella vita, nella famiglia, nel lavoro, nella società

. E allora val la pena di muoversi con determinazione per abbattere le disuguaglianze, valorizzando al contempo le differenze. Perché – come ben dice Erich Fromm- gli esseri umani sono nato uguali, ma anche diversi”.

Francesco Giorgino
Giornalista Tg1 e Docente Università La Sapienza e Luiss

 

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