La lettera mandata a L’Espresso in risposta a questo articolo ESPRESSO

Gentile Direttore,
Le scrivo per esprimerLe tutto il mio stupore, la mia preoccupazione dopo aver letto l’articolo “Mazzette in quota rosa” a firma di Gianfrancesco Turano e mi affido a Lei perché le mie riflessioni possano trovare spazio sul Suo giornale.
Caro Direttore, conosco le logiche giornalistiche e so bene quanto un titolo urlato abbia lo scopo di catturare l’attenzione del lettore, ma in questo caso si è andati oltre. E frasi come “la mazzetta è sport per signore e signorine”, “La women’s liberation all’italiana conquista la parità dei sessi in quel virtuosismo nazionale che è la corruzione”, “nell’economia tangentara la manager avanza con passo sicuro” offendono me e tutte le donne perbene, e Le assicuro che sono tante.
Immagino Lei conosca la mia battaglia per quelle che, ostinatamente ma evidentemente vanamente, ho sempre definito le “quote di genere”. Immagino conosca anche gli splendidi risultati della Legge Golfo-Mosca, l’ingresso di centinaia di donne nei board delle società quotate, nonchè quell’effetto di “democratizzazione” e quell’iniezione di meritocrazia che so essere molto care al Suo giornale. Pertanto sono sicura che Lei capirà la mia contrarietà nel leggere su uno dei periodici più autorevoli del nostro Paese una tale strumentalizzazione di quella che ha rappresentato una delle battaglie più importanti della storia femminile italiana.
Conto sul Suo buonsenso e sono certa sarà d’accordo con me che la generalizzazione operata dall’articolo è oltremodo ingiusta e ingiustificata. Quattro, e dico quattro, casi di donne “corrotte” sono bastati a concludere che anche nella corruzione abbiamo raggiunto la parità di genere! E perché allora non citare tutti i recenti scandali – da Mafia Capitale al Mose a Expo – in cui le donne, seppur presenti, sono risultate immuni da qualsiasi imputazione? Perché non citare il caso di Gabriella Acerbi, che nelle intercettazioni di Mafia Capitale veniva definita “poco disponibile”. Ricorda cosa si dicevano nelle telefonate? “Basta che se ne va questa, non te riceve, non te parla…”. E vorrei anche ricordarLe la fermezza con cui l’Assessore Rita Cutini l’ha difesa, lasciandola al suo posto: due esempi di donne che hanno tenuto alto il valore delle istituzioni e della legalità. Così come ha fatto un sindaco come Elisabetta Tripodi, in una realtà difficile come Rosarno. Parliamo pure della corruzione femminile ma allo stesso tempo dei tantissimi magistrati donne che contro la corruzione hanno ingaggiato una battaglia senza sconti o delle tante donne meridionali che contro il pizzo e le tangenti hanno avuto – spesso sole – il coraggio della denuncia.
Non è un semplice sfogo, Caro Direttore. Il tema mi è così caro che lo scorso maggio abbiamo promosso al Senato, in collaborazione con LUISS e Italia Camp, un convegno dal titolo “La corruzione non è femmina”. A confermare la nostra “provocazione” sono state voci autorevoli come Raffaele Cantone, Raffaele Squitieri, Paola Severino, Valeria Fedeli, Paola Balducci, Simonetta Matone, Paola De Micheli, Cinzia Bonfrisco, Riccardo Nencini, Lucia Aielli e tantissime altre personalità. Ed è stata anche la ricerca presentata da Alessandra Ghisleri secondo cui il 64.9% degli intervistati pensa che l’ascesa delle donne al potere potrebbe migliorare lo stato generale della corruzione mentre il 48% degli uomini, dovendo scegliere a chi affidare la gestione dei fondi pubblici, a parità di competenze, sceglierebbe una donna.
Significa che siamo migliori o più pure degli uomini? Non lo credo ma è innegabile l’esistenza di peculiarità femminili che ci rendono meno inclini alla corruzione. Per questo, credo che una maggiore presenza di donne nei ruoli decisionali aiuterebbe a far prevalere comportamenti più etici, in moltissimi contesti. Il tempo ci darà una risposta. Intanto vale la pena provarci, anche utilizzando strumenti come le quote.

Lella Golfo, Presidente Fondazione Marisa Bellisario

E qui la riposta pubblicata su L’espresso di oggi LETTERA ESPRESSO 11-3