Dal 5,6% del 2008 al 30% del 2016. Un’accelerazione inimmaginabile, resa possibile dalla a legge Golfo che nel 2012 ha introdotto le quote di genere nella composizione dei cda delle società quotate e partecipate. Una legge che ha proiettato l’Italia fra le best practice europee accanto a Finlandia, Francia e Svezia (la Norvegia viaggia attorno al 40%, quota prevista per legge). L’obiettivo della legge italiana, quindi, è stato praticamente raggiunto e sarà consolidato dal prossimo triennio di rinnovi. Ben inferiore è stato, invece, l’effetto avuto sulla scelta dei vertici aziendali: se da una parte il numero delle Presidenti a Piazza Affari è salito a 21 (3,1% contro il 2,5% del 2013), quello dei CEO è salito in termini assoluti (17 contro 13), ma sceso in percentuale dal 3,2% al 2,5%. Stesso discorso si può fare per i consiglieri: le donne sono la maggior parte degli indipendenti (68,6%), mentre la percentuale è esigua fra gli executive.
La fotografia emerge dagli ultimi dati Consob. Qual è l’identikit delle donne che siedono nei board? Innanzitutto sono aumentate in valore assoluto: 617 contro le 283 del 2012. Sono in media più giovani degli uomini (50,9 anni contro 58,9) e sono meno spesso legate alla famiglia azionista di maggioranza (13,1 contro il 16,9% degli uomini). Sono, inoltre, più spesso laureate (88,5 contro 84,5%) e più spesso hanno un’istruzione post-laurea (29,7 contro 16,7%). Come si diceva meno spesso sono manager (54,1 contro 76,5%) perché sono poche fra gli executive delle società di cui sono consigliere, mentre sono più spesso professioniste (33,2 contro 16,6%) e accademiche (12,2 contro 6,4%).
Due le questioni ancora aperte per il futuro: allo scadere della legge il cambiamento all’interno dei board avrà efficacia nel tempo? Ma soprattutto: quali strumenti si possono mettere in atto perché sia data l’opportunità di crescere (anche in termini di carriera) ai talenti femminili all’interno delle aziende e nelle loro professioni? Sono due temi all’ordine del giorno.