di Monica Pereno*

Il World Economic Forum conferma la forte crescita, nel mondo e in Italia, di occupazione nei settori ITC e, in particolare in quello dell’IA. Quali impatti sull’occupazione femminile? Ne abbiamo parlato con Marina Geymonat, Manager di TIM – dove coordina il centro di eccellenza dell’IA – e membro del Gruppo di esperti che ha elaborato su incarico del MISE le “Proposte per una strategia italiana sull’IA” presentato all’UE nel luglio 2020.

Secondo te, per noi donne quali sono le opportunità occupazionali derivanti dall’incremento delle tecnologie di AI?

Nel medio periodo, visto l’impegno della società civile sul tema della parità genere, è verosimile che raccoglieremo i frutti delle iniziative, sostenute anche da aziende come TIM, volte a stimolare le bambine e le ragazze a optare per un indirizzo di studio STEM.

Ravvisi prospettive concrete anche nel più breve periodo?

Credo che l’AI possa costituire sin d’ora un’ottima opportunità per persone con una formazione umanistica, non tanto per lo sviluppo di software e algoritmi, che esige una formazione molto tecnica, ma per molti altri ruoli e non mi riferisco solo ai temi etici che richiedono conoscenze di filosofia.

Spiegaci meglio…

Per lo sviluppo di progetti di AI è richiesta una conoscenza di base su come funziona la tecnologia, che può essere ottenuta con corsi di formazione o Master ad hoc di un centinaio di ore (anche TIM ne organizza uno con Sapienza e Google, per esempio), ma ciò che serve maggiormente per il ruolo è la rara capacità di comprensione sistemica del contesto e di ripensare problemi vecchi con un approccio nuovo. Questi sono solitamente punti di forza di persone con formazione di tipo umanistico, e fanno la differenza tra progetti di successo e progetti che non riescono a uscire dal laboratorio.

I settori recruitment e finanziario sono tra quelli in cui maggiore è l’utilizzo di tecnologie dell’AI. Negli USA, Google è stata accusata di aver discriminato donne e asiatici nelle candidature per le posizioni aperte; in Italia, si legge che l’imprenditoria femminile è discriminata nell’accesso al credito. In base alla tua esperienza, è reale il rischio che l‘AI perpetui stereotipi e discriminazioni?

Assolutamente sì. Dal 2018 a oggi i casi di discriminazione da parte di algoritmi di AI si sono moltiplicati e hanno riguardato quasi ogni aspetto della vita civile. Questo può essere un bene: l’attenzione dell’opinione pubblica è stata così richiamata su pregiudizi e ingiustizie reali, che forse non si sarebbero notati altrettanto. L’AI impara dai dati con cui la si addestra: non stupisce che, a fronte di dati pieni di pregiudizi (bias), le sue predizioni statistiche perpetuino gli stessi bias. Ovviamente, non possiamo lasciare che ciò avvenga.

Come arginare tale rischio, e, perché no, trasformarlo nell’opportunità di utilizzare le tecniche di AI per perseguire l’obiettivo della parità di genere e, più in generale, quello del superamento delle disuguaglianze?

È un tema su cui l’intera comunità scientifica e accademica si sta impegnando, quindi non mi sento di dare una risposta univoca. Sicuramente, uno dei modi di affrontare il problema è analizzare in modo massivo i dati utilizzati per addestrare gli algoritmi di AI, al fine di verificare se alcune categorie o caratteristiche sono sottorappresentate e, pertanto, più suscettibili di errori oppure molto fortemente sbilanciate, quando invece il nostro scopo è andare nella direzione opposta, per esempio nella rappresentazione dei generi nelle cariche direzionali.

*Avvocato