Si fa presto a dire alle ragazze di scegliere i percorsi di studi STEM se, una volta approdate al mondo del lavoro, guadagneranno il 17,4% in meno degli uomini.

È quanto emerge da un’indagine condotta da Honeypot, portale internazionale nato per far incontrare domanda e offerta di lavoro nei settori ad alto contenuto tecnologico. Certo, le specializzazioni STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) sono molto richieste, con buone prospettive di carriera e ancora difficili da reperire sul mercato del lavoro, soprattutto femminile. Ma, purtroppo, a quanto pare per le donne anche penalizzanti in termini di salari. Il sito ha confrontato il gender pay gap generale con quello nelle professioni tecnologiche in 41 Paesi Ue e Ocse e l’Italia figura nella top ten dei Paesi con un divario maggiore: ben 11.9 punti percentuali rispetto al gap generico (5.5% il pay gender gap trasversale e 17,4% quello tecnologico).

Certo i vantaggi di intraprendere questa strada restano alti, tanto che sempre più donne virano verso i percorsi scientifici (erano appena il 16% nel 2000 e sono il 30% oggi le ragazze che s’iscrivono a Ingegneria). Quantomeno nei settori ad alta tecnologia, infatti, le giovani hanno la certezza che sarà più facile trovare lavoro e in ogni caso la retribuzione sarà più alta della media. Tanto per fare un esempio, le laureate in ingegneria alla prima occupazione, guadagnano in media 28mila euro l’anno, contro i 22mila delle ragazze che escono da una facoltà umanistica.

E un’altra considerazione che in un certo senso “attutisce” il dato è che il gender pay gap generale è in Italia più basso che nel resto d’Europa per altre ragioni, strutturali e culturali insieme. in primo luogo, la gran parte delle donne italiane lavora nel settore pubblico dove i salari procedono per scatti di anzianità indipendentemente dal genere. E poi perché, e purtroppo, nel nostro Paese le donne che raggiungono i vertici sono assai poche e nei livelli medio-bassi i salari sono stabiliti da contratti di categoria.

È anche vero, però, che il tema della discriminazione e della cultura maschilista nell’industria dell’Ict non è nuovo ed esce dai confini nazionali. Il dipartimento del lavoro americano, per esempio, ha acceso un faro sul gender pay gap da parte dei diversi big della Silicon Valley, tra cui Google e Oracle. E molte ex lavoratrici di aziende come Google, Microsoft, Twitter, hanno intentato cause per le discriminazioni legate ai salari subite nel corso degli anni. Tanto che in Islanda e Inghilterra esistono normative che impongono alle aziende di rendere pubblico il gender pay gap. In Italia? Per ora a parlarne sono i media e le donne arrabbiate… Servono norme che lo regolino o meglio che lo evitino? Forse sì. Come è stato per le quote di genere, se il mercato non di dimostra capace di assicurare condizioni di pari opportunità, allora è lo Stato a dover intervenire. Nell’Ict e in tutto il settore privato. Bisognerà studiare proposte di legge che salvaguardino la libertà di mercato e non possano essere tacciate di incostituzionalità ma una strada può e deve essere intrapresa.