È il D-Day. Oggi le Sezioni Unite della Corte di cassazione si esprimeranno sul parametro del «tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio», al quale da quasi trent’anni si è rapportata la giurisprudenza in relazione al diritto all’assegno divorzile. Un parametro messo in crisi dalla sentenza del maggio 2017: con il divorzio ciascuno va per la sua strada, ammoniva la Corte, con le risorse di cui dispone in quanto singolo/singola in base al principio dell’autosufficienza economica. In linea di principio, nulla da eccepire. Il problema però nasce da endemiche e irrisolte “storture” della società e della cultura italiana.

Partiamo dai fatti: le donne guadagnano di meno, occupano meno posti di vertice, hanno una ricchezza inferiore a quella degli uomini. Secondo un recente rapporto della Banca d’Italia, infatti, il patrimonio personale, per gli uomini, è superiore del 25% a quello delle donne il doppio della Francia, dove si assesta al 12%. Rielaborando poi i dati recentemente diffusi dal Dipartimento delle Finanze del Ministero del Tesoro, si scopre anche che le donne sono il 54% dei percettori di redditi fino a 15mila euro, diventano il 30% tra i 40 e i 50 mila, il 20% tra i 120 mila e i 150 mila euro, dove presumibilmente si collocano dirigenti e posizioni apicali nel privato e nello Stato. Sopra i 300 mila euro ci sono 35.715 contribuenti e solo 4.956 sono donne, il 14%.

In poche parole, le donne sono assai più “povere” e i motivi sono tanti. Si va dalla mancanza di lavoro, agli ostacoli alla loro carriera, dalla scarsa meritocrazia e le molteplici discriminazioni, sino al vero dramma dell’abbandono del lavoro all’arrivo del primo figlio (1 donna su 4) frutto spesso di un welfare insufficiente.

E già questo dovrebbe far riflettere. Le donne hanno patrimoni e stipendi più bassi non per loro scelta ma per una struttura della società e della cultura che le penalizza. E questo dovrebbe mettere sotto un’altra luce la questione degli assegni divorzili, ferme restando le legittime recriminazioni su quelli iniqui e da favola. E dovrebbe subordinare una presunzione di autosufficienza economica alla risoluzione di una serie infinita di gap. Partendo dalle differenze di occupazione, carriere e salari, passando per un welfare che si regge sulle spalle delle donne e arrivando a un congedo parentale ridicolo. Ecco, mettiamo mano a tutte le questioni che minano la crescita, anche economica, delle donne e poi togliamo loro l’assegno divorzile.

Il punto è che non stiamo parlando di singoli e fortunati casi ma del tenore di vita di una moglie che magari ha scelto un part time per dedicarsi ai figli e consentire al marito manager, avvocato o dirigente di darsi anima e corpo alla carriera. Scelte condivise che al momento della separazione rischiano, da domani, di pesare solo su una parte, quella femminile. E si parla del lavoro di cura della famiglia, in gran parte a carico della donne, e non retribuito. Lo sappiamo, se consideriamo le ore di lavoro retribuito e non, le donne sono all’opera un’ora di più degli uomini. Gratis.

Diciamo anche che la realtà dei fatti non è il luogo comune di donne divorziate che vogliono farsi mantenere e mandare sul lastrico gli ex mariti. Solo nel 13,7% dei divorzi, infatti, si attiva un assegno per il coniuge, quasi sempre una donna, che, oltretutto si aggira intorno ai 500 Euro. Il 60% delle donne ricevono un assegno di 400 euro, con cui certo non andranno ai Caraibi.

Per questo c’è grande attesa per la sentenza di oggi. A maggio si è parlato di un peggioramento consistente della condizione della donna, di un arretramento e di un solido rischio povertà. Oggi speriamo che i giudici si esprimano considerando anche i tanti fattori che contribuiscono ad abbassare considerevolmente i redditi femminili. E pensando, infine, all’idea, fortunatamente ancora invalsa, del matrimonio come progetto di vita comune e condiviso…