Tutto inizia da una notizia “sensazionale” per il mondo letterario: il Premio Strega vanta quest’anno parità totale nelle candidature: sei uomini e sei donne. La sensazionalità è data dalla circostanza che in 71 edizioni le donne sono state la metà o la maggioranza delle semifinaliste solo in sei casi. Significa che anche tra le paludate stanze dei Premi letterari tira un’aria nuova? C’è da sperarlo guardando al passato.

Partendo dallo Strega, per esempio: istituito nel 1947, ha visto dieci (si proprio 10!) vincitrici in settantuno edizioni. E sono addirittura 15 anni che una scrittrice non lo vince (l’ultima è Melania Mazzuco nel 2013). Altrettanto sbilanciato è l’albo dei vincitori del Premio Bancarella: dal 1953 se lo sono aggiudicato solo nove scrittrici e se la prima, Han Suyin, è già nel 1956, per vederne un’altra passano tredici anni (Oriana Fallaci, 1970) e il grande recupero è avvenuto dal 2013 con quattro vincitrici. In dodici, invece, hanno vinto il Campiello, consegnato per la prima volta nel 1963. Dodici donne in 54 edizioni: ed è il risultato migliore.

Non va meglio all’estero. In Francia hanno vinto il prestigioso premio Premio Goncourt 10 donne su 112 premiati, 15 su 47 sono le premiate del Booker, 18 su 62 le vincitrici del Pulitzer per la narrativa e il Nobel per la letteratura è stato assegnato a 14 donne su 111 premiati. Prima vincitrice fu la svedese Selma Lagerlof, nel 1909, poi, nel 1926, dopo ben 15 anni, Grazia Deledda. Ma il gap più grande fu tra il ‘66, quando vinse l’ebrea tedesca Nelly Sachs, e il ‘91, vincitrice Nadine Gordimer. Ventiquattro anni senza una donna al vertice della letteratura mondiale. Una generazione. Eppure c’erano a portata di mano Gertrude Stein, Virginia Woolf, Flannery O’Connor, Anna Achmatova, Marguerite Duras, Marguerite Yourcenar. Sessismo istituzionalizzato, perfino nella paritaria Svezia. D’altro canto, nel 2011 V.S. Naipaul, Nobel per la letteratura dieci anni prima, ci tenne a chiarire che nessuna scrittrice, disse, sarebbe mai potuta essere al suo livello, perché «le donne hanno una visione ristretta del mondo: non sono padrone neanche a casa loro, e questo si riflette nelle loro opere».

E allora dove sta la verità? Le donne non sanno scrivere? Non hanno la raffinatezza, la profondità, l’acume dei loro colleghi? O si tratta solo di un radicato pregiudizio della critica letteraria? Perché, a fare una riflessione, si trova una certa analogia con i vertici dell’economia e della politica: tante alla base, poche ai piani alti. Un’evidenza resa lampante dalle classifiche dei libri più venduti a Marzo in Italia: le prime cinque posizioni sono al femminile. Negli USA sono di tre donne i primi cinque libri in classifica. E pensare che i premi letterari sono anche una grande operazione di marketing e quindi queste scrittrici sono lì per merito esclusivamente loro, senza aiutini di sorta. Rapporti di forza ribaltati. E anche qui, per voler escludere il maschilismo, bisognerebbe pensare che i lettori si cibino solo di pessime opere, che non meritano di scalare le vette dei premi letterari. Oppure…

È vero, si pubblicano tantissime donne, ma i loro libri vengono presi nella stessa considerazione di quelli scritti da uomini? Riconosciamo, il mondo letterario e la società in generale, alle opere scritte dalle donne la stessa importanza attribuita a quelle scritte dagli uomini? Siamo altrettanto pronti, per esempio, ad accettare che una donna possa avere la stessa influenza di un uomo sulla storia della letteratura? A quanto pare no.

In economia, in politica, privarsi dei talenti femminili può essere molto pericoloso. La storia lo sta dimostrando e si comincia a correre ai ripari. Ma non è forse lo stesso per la letteratura? Di quanti geni ci siamo privati finora solo perché donne? E quale è il prezzo di un maschilismo che si ostina a non voler leggere il mondo attraverso, anche attraverso, gli occhi di grandissime artiste che hanno l’unico difetto di appartenere al genere femminile? Alto, crediamo.

Il vento di cambiamento spira anche nella letteratura? C’è da sperarlo ma c’è anche da affermarlo con forza.