Di Ornella Del Guasto
La storia è nota, scrive The International New York Times: alla Apple le donne sono presenti al 20% dei lavori tecnologici, a Google solo al 17%. In USA, secondo il comitato economico del Congresso, le donne impegnate nell’high tech raggiungono in tutto il 14%. Come mai così poche? Le ragioni sono varie: dal sessismo sul posto di lavoro, alla mancanza di un modello di riferimento femminile o a stereotipi quali la mancanza di competenza o predisposizione tecnica delle donne. Eppure qualcosa si muove dice l’esperta della prestigiosa università di Berkeley. Lo scorso autunno l’Università californiana ha svolto corsi e stabilito borse di studio per progetti tecnici volti a cercare di risolvere i problemi delle popolazioni a basso reddito e metà degli studenti che hanno partecipato erano donne. Gli obiettivi andavano ad esempio su come riuscire a garantire ai poveri più acqua potabile, o attrezzature medicali per curare malattie tropicali trascurate o strumenti per attività manifatturiere locali in regioni povere e remote. Questo dimostra che le donne sono interessate a progetti di engineering ma solo se puntano a prodotti sociali che riducano la povertà e la disuguaglianza. Non a caso nel 2014 il corso del MIT dedicato a tecnologie che possono migliorare la vita dei popoli che combattono la povertà ha registrato una presenza femminile del 74% su 270 studenti. Conferma l’Università dell’Arizona che ha rilevato nei corsi sull’engineering umanitario una presenza femminile doppia rispetto a quella nei corsi di engineering tradizionali. Susan Amrose che insegna al corso di tecnologie civili per l’Ambiente di Berkeley ha detto che dei suoi studenti 128 sono ragazze contro 103 maschi e che lo scorso autunno la media della presenza femminile nei corsi tecnici sociali era del 70%, in linea con le altre Università americane. Una chiara indicazione come il numero delle donne nelle specialità tecnologiche aumenti se vengono proposti loro obiettivi che coprano bisogni social.