La Borsa Italiana ha riscritto le regole di autodisciplina delle società quotate e la novità non è di quelle che passano inosservate. Dal 2012, infatti, la legge Golfo garantisce che le donne rappresentino almeno un terzo dei Consiglieri di Amministrazione e dei membri del collegio sindacale. Ma la norma, per non incorrere in un vizio di costituzionalità, era a tempo: tre mandati nell’auspicio che le società quotate apprezzassero i benefici della maggiore presenza di donne nei loro board. Come in effetti è stato a giudicare dai numeri. Ma i benefici di board misti sono stati così evidenti da convincere a prolungare sine die la norma. In base al nuovo Codice di Autodisciplina, infatti, anche dopo il 2020, gli organi sociali delle imprese dovranno continuare a riservare una percentuale pari ad almeno il 30% del totale alle donne. Naturalmente, non si tratta di una norma e quindi, se fino alla scadenza della legge sulle quote di genere le società inadempienti rischiano multe salate e pure lo scioglimento del CdA, ora dovranno solo fornire spiegazioni e motivare la loro scelta di non includere un congruo numero di donne nei loro organi di controllo e gestione.

“Insomma, c’è una remora forte a non farlo e un rischio reputazionale implicito non banale, per chi decide di disapplicare le norme del Codice – scrive a questo proposito La Repubblica – In alcuni casi possono esserci motivazioni valide, da esplicitare, ma nella maggior parte delle volte è più conveniente aderire che chiamarsi fuori. Nel caso dei posti nei consigli riservati alle donne – peraltro nella misura ridotta di un terzo – sarà ben difficile trovare motivazioni nobili o anche solo accettabili per non applicare la norma. Non più per legge, ma per opportunità”.

D’altro canto, il I Rapporto Cerved-Fondazione Bellisario fornisce numeri incontrovertibili. A parte l’evidente successo della legge Golfo – oltre il 33,5% di donne nei CdA delle quotate, il 40,2% nei collegi sindacali – la legge ha avuto un effetto domino anche nelle società non tenute a rispettare il temuto 30%. Oggi, infatti, le donne nei CdA sono il 17,2% nelle società con un fatturato superiore a 10 milioni di euro e 14,2% nelle società che fatturano più di 200 milioni di euro, con incrementi dal 2012 dal 2% al 10%.

Insomma, la legge è andata ben oltre gli obiettivi prefissati e le più rosee aspettative, segnando un punto di non ritorno. E ora il codice di Autodisciplina della Borsa, chiarisce che in fatto di presenza femminile nei board non si torna più indietro.