Ryad avrà, per i prossimi quattro anni, una rappresentanza tra i 45 membri della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (Uncsw), l’organismo Onu più impegnato nella lotta per l’uguaglianza di genere e l’avanzamento delle donne. Una decisione molto controversa stante la situazione in cui versa l’Arabia Saudita proprio sul fronte della parità di genere.

La monarchia del Golfo, infatti, occupa la 141esima posizione su 144 del Report sulla Disparità di Genere 2016. Helen Clark, ex primo ministro della Nuova Zelanda e oggi a capo del Programma Sviluppo dell’Onu sottolinea che il Paese sta lavorando per cambiare ma che finora si tratta più che altro di cambiamenti di facciata. Un timido segnale è venuto dal decreto reale del 2011, messo in atto per la prima volta alle elezioni del 2015, che dà alle donne saudite la possibilità di votare e di candidarsi. Lo stesso Re Salman, però, ha presentato a metà il Consiglio per le Ragazze di Qassim per valorizzare il ruolo delle donne nella società saudita, salvo scoprire che era composto solo da uomini… (gli organizzatori hanno poi ribattuto alle accuse dicendo che delle donne sarebbero state coinvolte nel lancio progetto, ma da una stanza separata). E poi ci sono le cronache, che raccontano di un Paese dove le donne, fin dalla nascita, sono affidate a un tutore, in genere un maschio della famiglia, prima, e il marito, poi, che dà loro l’autorizzazione o meno per sposarsi, studiare, lavorare, curarsi, spostarsi dalla propria città. Un Paese dove anche il diritto ad andare in bicicletta è stato sudato e conquistato, e solo di recente.
“Ѐ assurdo che l’Arabia Saudita – ha dichiarato Rothna Begum di Human Rights Watch – sieda alla Commissione sullo status delle donne come Stato membro. Come può promuovere i diritti delle donne nel mondo mentre nel loro Paese continuano a discriminare il genere femminile, trattando le donne come una minoranza?”. E se invece proprio questa partecipazione fosse il segno di una precisa volontà di cambiamento e, di fatto, un sostegno concreto a quanti nel Paese si battono per una parità sostanziale e non d’immagine?
Hillel Neuer, direttore della ong UN Watch che si occupa di monitorare l’operato delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “eleggere l’Arabia Saudita tra i membri che devono occuparsi di proteggere i diritti delle donne è come mettere un piromane a capo dei pompieri della città. È assurdo”. Ma non è più verosimile che gli altri 44 membri esercitino pressioni sul rappresentante arabo piuttosto che il contrario? Non è plausibile che le azioni positive messe in atto dall’organismo possano assunte come best practice da applicare anche in Arabia Saudita? O, nel peggiore dei casi, non succederà piuttosto che, per rimanere nella Commissione Onu – ovvero esclusivamente per non esserne cacciato – il Paese non dia una bella accelerata al cambiamento.
E’ presto per dirlo, possiamo solo auspicarlo e vigilare.